giugno 10, 2015

PREMIO LETTERARIO RI.P.DI.CO. 2015 | Scrittori della Giustizia – Ed. 2015 | ROMA, 14 Luglio 2015.

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febbraio 16, 2015

DOTTRINA | Prof. Antonio Staffa – IVA DI RIVALSA E PROCEDURE CONCORSUALI (aggiornamento 2014)

Pubblichiamo l’intervento tenuto dal Prof. Antonio Staffa: “IVA DI RIVALSA E PROCEDURE CONCORSUALI (aggiornamento 2014)”, al Convegno Ri.P.Di.Co. tenutosi a Roma il 13 febbraio 2015.

N. B.: per scaricare il file pdf, clickare sul link sottostante:

Prof. Antonio Staffa: “IVA DI RIVALSA E PROCEDURE CONCORSUALI (aggiornamento 2014)”

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gennaio 12, 2015

CONVEGNO | Roma, 13 febbraio 2015

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ottobre 13, 2014

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luglio 16, 2014

PREMIO LETTERARIO RI.P.DI.CO. – SCRITTORI DELLA GIUSTIZIA (8° edizione) | Opere vincitrici.

Nella serata conclusiva del PREMIO LETTERARIO RI.P.DI.CO. SCRITTORI DELLA GIUSTIZIA – 8° edizione, tenutasi a Roma il 15 LUGLIO 2014, presso il Circolo Canottieri ROMA, sono risultate opere vincitrici:

nella sezione NARRATIVA:
“Cercando Kafka” di Guido Marcelli (Novecento Editore)

nella sezione SAGGISTICA:
“L’onere della toga” di Lionello Mancini (BUR Rizzoli Editore)

aprile 3, 2014

Recensione | MISERICORDIAE (8.38)

MISERICORDIAE (8.38) 

Recensione di Maddalena Capponi

La collana Versus -giuristi raccontano- di Novecento Editore annovera tra i suoi romanzi Misericordiae (8.38) di Massimo Ferro, consigliere della Corte di cassazione e autore divari saggi giuridici. La collana, nata lo scorso anno da un’idea di Lillo Garlisi, coniuga diritto e letteratura per fonderli in fantasiosi romanzi caratterizzati da un retaggio giuridico che ne fa derivare una narrativa sui generis.
Nella narrazione si rinviene il luogo in cui la ricostruzione è capace di sedimentare altri significati possibili, ribellandosi alla tirannia degli eventi. Nella circostanza dei fatti, il diritto autoritativamente definisce i significati della vita delle persone mentre lanarrazione può raccontare un’altra storia, quella esclusa ma non eliminata. E’ allora la dicotomia che riesce a scorgersi nel gioco dell’antagonismo letteratura–diritto, che evidenzia la rivincita delle possibilità contro la contingenza di quella che è impostata come la realtà.
Vincitore del Premio Letterario per la Narrativa RIPDICO – Scrittori della Giustizia 2013-Misericordiae (8.38) è un romanzo che esprime forte la scabrosità della vita, con un titolo pregnante di significato che rimanda all’evenienza di un’indagine sul tempo di ognuno. La filosofia occidentale si è interrogata in diversi luoghi e da diverse prospettive sulla misericordia, anche se questo termine ha assunto uno specifico e precipuo valore nel linguaggio religioso. Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae afferma che“misericordia significa avere il cuore nella miseria altrui”. Di origine latina, infatti, è la derivazione di miserĭcors (misericordioso), composto da miserere (aver pietà) e cor(cuore).
Massimo Ferro, con il suo Misericordiae, evidenzia la discrasia tra la riuscita di vite socialmente insospettabili e l’incompiutezza frustrante delle loro esistenze interiori. E’un mettere a nudo le debolezze e le meschinità dei protagonisti; quattro uomini e quattro donne, che intrecciano le loro vite in un percorso escheriano articolato nella cornice di città opposte con Medantia a nord, Ruanzo a sud e il piccolo borgo di Vico Massaro a chiudere il cerchio.
Otto capitoli per otto personaggi: Frida, Gisella, Cecilia e Lubijana; Giorgio, Mario,Annibale e il misterioso F.. Percorsi e scelte che si osservano da fuori, mentre dentro si arrovellano nel compiacimento di una freddezza solitaria, nel vuoto di una imperfezione latente, nell’ansia di una ricerca inconcludente.
In un tempo senza tempo, queste esistenze sono raccontate attraverso flash e pensieri fugaci ma icastici. Le sensazioni dei personaggi sono quelle che realmente trainano la narrazione. Il piano del presente è confuso con quello del passato. Infiniti avverbi e aggettivi si susseguono in descrizioni che sembrano allungate mentre in un istante si dissolvono in un altro tempo, in un altro momento, in un altro avvenimento accaduto prima o dopo o forse solo pensato. Le voci dei protagonisti si confondono con quella dell’autore in soliloqui più o meno incisivi e ricordi che riaffiorano più o meno compiuti. I giudizi sono velati; la presentazione dei personaggi è indiretta e la loro caratterizzazione psicologica e sociale. La soluzioni stilistica messe in atto dall’autore,assieme ad una consapevolezza espressiva, permette il raggiungimento di uno stile non banale. Ciò che rende circolare il racconto, a suo modo, è l’intreccio di questi destini,inizialmente così lontani ma che poi, con la tecnica dei flashback, vengono sorprendentemente rimessi in relazione.
L’autore sembra dilettarsi con queste identità, ma il confine da varcare obbliga a qualche rinuncia: ciò che si richiede infatti, è l’appropriazione di quello che è l’enigma dell’identità, ovvero la presa di possesso di un mondo interiore. L’interiorità ha qualcosa di impenetrabile per lo stesso io che la racconta ed è confusa per gli stessi personaggi che, incapaci di dire davvero di loro stessi, ricostruiscono un’ esistenza solo attraverso pochi sguardi al passato: momenti che lasciano un segno nell’intensità della loro poco importanza. Ogni esercizio minuzioso della memoria non potrà mai comunque ricollegare interamente tutti i fili, scontrandosi sempre con un muro d’ombra e ricadendo nel gioco dell’invisibilità dentro il quale l’interiorità va a rifugiasi.
E’ sulla soglia di questo con-fine, che Ferro scaraventa il lettore da una parte all’altra provocando ciò che è inganno o pervicace nascondimento della realtà nellaoffuscamento delle proprie colpe. Vizi, debolezze e incapacità che segnano come cicatrici indelebili il tempo di un trascorso amaro, sembrano mostrare il fianco ad una sagace critica. Scelte o solo impossibilità invocano la misericordia, che non è pietà;eppure è l’attesa a prendere il sopravvento e procrastinare il momento del giudizio. Il lettore vorrebbe conoscere quell’elemento ulteriore per potersi pronunciare su queste vite; quell’elemento però che non sembra mai poter arrivare, generando così una inconscia rinuncia al giudizio per far posto a quella giustizia caritatevole che vede sovrana la misericordia.
Nelle immagini infantili, giovanili, o quantomeno lontane e innocenti, si scorge lo scudo di protezione di quelle vite che per certi versi temono il presente più del futuro. Resta comunque funesta l’immagine dell’avvenire, nell’abbandono alla presa di coscienza per l’impossibilità di liberarsi dalle limitazioni in cui sono intrappolati.
Personaggi autentici, per quanto capziosi, sanno tenere il lettore seduto insieme agli altri giurati popolari ad ascoltare l’arringa dell’avvocato difensore, che fa leva sulla imperfezione della natura umana per indurre all’immedesimazione.
E’ una finzione reale in una realtà finta, ma nel gioco degli ossimori si conclude ogni pensiero all’alba dello splendore della vita stessa che è quella di tutti e di nessuno ma valore assoluto…della misericordia!

aprile 3, 2014

Recensione | CHI NASCE QUADRO PUO’ MORIRE TONDO.

CHI NASCE QUADRO PUO’ MORIRE TONDO 

Recensione di Maddalena Capponi

Chi nasce quadro può morire tondo è uno dei tre romanzi con cui ha debuttato lo scorso ottobre la collana Versus -giuristi raccontano- edita da Novecento Editore. Unica nel panorama nazionale, la collana propone un’avventura letteraria nella quale si sprigiona la fantasia di esperti giuristi per dar vita ad una narrativa appassionata e peculiare: sono storie di pura fantasia, intrise però da quel mondo del diritto che si porta dietro argomentazioni, immagini e linguaggi tutti suoi.

Bruno Capponi, ex magistrato e attualmente ordinario di Diritto processuale civile presso la Facoltà di Giurisprudenza della LUISS Guido Carli, da vita ad un romanzo coinvolgente e misterioso che appassiona nel fitto di un giallo che si eleva a sè stesso in un duplice delitto inaspettato e prima facie poco afferrabile.

Già dalle prime pagine il lettore è immerso bruscamente in un mistero sconosciuto, mentre è accompagnato dolcemente in una Roma conosciuta di un passato vicino. In un climax ascendente di colpi di scena, l’autore sa come creare quella curiosità che latentemente si impregna in ogni pagina, lasciandosi divorare parola dopo parola.

E’ una storia di delitti ma anche di amori, di ipocrisia ma anche di sentimenti, di vita ma anche di morte; è una storia, senza dubbio, di paradossi. C’è il notaio Avv. Ferdinando Petti Muflone, con studio notarile rigorosamente in via delle Quattro Fontane angolo via XX Settembre: noto come “il cinghiale del Quirinale”, il notaio dei nobili; ma c’è anche Loredana Salvatori der fu Giuseppone detto er Cicala: per i suoi tanto frementi ammiratori ‘a Tigre der Bengala. C’è Eva Finzi Catalanotti, antiquaria marguttara, con la sorella Ada vedova del conte Romeo Maria Blasotti, scomparso in un tentativo di traversata della Manica a libero volo d’uccello, senza propulsore e sopratutto senza paracadute; ma c’è anche er Puma, avvenente quanto criptico sommelier a tempo perso, con un passato alquanto inaspettato.

C’è poi donna Concetta Lancellotti, matura vedova Antinori; il mercante di informazioni Giorgio Serravalle; l’ingegnere Tomassini; ma sopratutto c’è lui: l’avvocato cassazionista Ernesto Mignoni Arduini, iscritto all’Ordine di Roma. Uomo monotono, stereotipo di una certa routine, passa le sue giornate nell’elegante studio di Viale delle Milizie dove, infaticabile, è sempre presente la sua anziana segretaria Olga, signorina, come a lei piace essere chiamata. In tanti anni ha appreso un fertile repertorio di formule avvocatesche che ripete in modo istintivo con risultati infallibili non mancando però di chiedere lumi al suo principale nei rari casi in cui le sorgono dei (legittimi) dubbi: <<Avvocà, jòo potemio dì, in chiusura: “lieto dell’incontro professionale, porgo distinti saluti”, quanno prima javèmio detto: “in mancanza di risposta entro giorni sette dal ricevimento della presente, adiremo le vie legali senza ulteriore avviso”? Nun zembrerà, me scusi avvocà, ‘n po’ ‘na presa pe’r culo?>>.

<<Avvocà, ma si “la presente è da considerarsi riservata e priva di valore di proposta contrattuale per la parte da me rappresentata”, allora che jaavèmio scritta a ffa?>>.

Dall’attico con terrazzo su ai Monti Parioli, alla stazione ferroviaria giù a Trastevere; dalla villa De la Fontaine Ortucci sull’Aventino, al sottosuolo della discarica sotto lo storico Monte dei Cocci. È il continuo contrasto tra l’altisonante “Roma bene” e quella “di borgata”, che però talvolta riesce a far impallidire la prima al richiamo di una espressività colorita e carismatica che cela la forza della vita passionale; quella vita dominata da emozioni e istinti allo stato naturale, senza il filtro di costrutti sociali e culturali che ne ridimensionino la portata. Nel grigiore di quel ceto medio fatto di vizi e di virtù, ma sopratutto di contraddizioni, è l’avvocato Arduini ad essere al centro della scena, e a mettere a fuoco l’obiettivo sull’esistenza.

Il personaggio che lega tutti gli avvenimenti, sullo sfondo sempre presente -forse perché è la più “assente” in fondo- è quello della pluriblasonata contessa marchesa Camilla de La Fontaine Ortucci.

Soggetto interessante che racchiude più di tutti quel contrasto tra il nobile e la forma, il tutto e il niente di una vita svuotata e una nobiltà decaduta. Come il filo invisibile di una tela tessuta con incessante pazienza, si lega ad un altro destino nella consapevolezza di non avervi nulla da spartire, ma con l’audacia di bramare una sorte insignificante tanto più di quella faticosamente costruitasi con le sue mani, nel retorico quesito di chi sia veramente a vivere una “vita bene”! E poi c’è Roma, sullo sfondo che fa da cornice, ma che è anche protagonista, di fatti, di vite, di sogni, di speranza, di ricchezza e povertà che si intrecciano e si alternano proprio come i suoi quartieri; nel continuo variare di antico e moderno, orgoglio e vergogna, storia e quotidianità.

L’autore ci riporta continuamente fra le sue strade, ci fa vivere il suo fascino attraverso il richiamo di certi particolari, attraverso indirizzi precisi menzionati nel dettaglio, richiamando i nomi di quelle vie del centro storico che ognuna racconta una storia, da sé, nel solo nominarla.

Il tempo è diradato, sono pochissimi giorni e di quei giorni solo poche ore ma nel contempo è una vita e, anzi, tante vite che si scoprono, si ritrovano, si amano e si perdono. Solo pochi momenti che nel realizzarsi raccontano e portano alla mente del lettore -come se già fosse, come se già lo conoscesse- una serie di fatti storie e avventure del passato che riescono a far da collante al senso degli assurdi avvenimenti che si consumano in quelle poche giornate. Giornate spezzate dalla routine e vissute nell’angoscia di eventi tragici ma, al contempo, carichi di una vitalità fremente che permette nella sua unicità di stravolgere i piani di una esistenza in fondo scontata.

“Chi nasce quadro può morire tondo”, è un romanzo ricco, coinvolgente, in grado di divertire mentre cerca di far riflettere. Il titolo riporta alla mente un famoso brocardo frutto della saggezza popolare, sebbene nell’inversione del suo ammaestramento. Non mancano pagine dedicate alla questione, fitte di affascinanti teorie sul punto, esposte da emeriti accademici che si interrogano sul quadro e sul tondo e su tutto ciò che ne può derivare.

Buttate qua e là tra le righe, poi, taglienti battutine sembrano voler rassegnare sottili lamentele su coloro che rappresentano la giustizia. Coloro i quali vorrebbero ostentare prima di tutto morale e prestigio mentre spesso si smentiscono sotto i colpi di una dura e cruda realtà; a farne da megafono talvolta è proprio la signorina Olga, nella sua semplicità che cela però anche erudizione. Olga è un personaggio cardine nel suo essere secondario, stupisce per come riesce a districarsi ammirabilmente in formule giuridiche e risoluzioni di questioni legali. Incorniciata poi, in quella romanità de Roma che la contraddistingue, è quel tanto ironica da far bramare il lettore di incontrarla il più possibile nel susseguirsi degli eventi.

<<Avvocà, me scusi tanto si mme permetto, ma jòo dicevo che qua cce serve n’avvocato bbono: pur’io me so spaccata a’capoccia, me so spremuta ‘a bricòccola tutt’er ucchènd, e poi ho capito che a’prescrizione se po’ sempre eccepì, perchè er giudice te po’ dichiarà ‘a prescrizione pure d’en diritto che n’è mmai esistito. Sembra ‘na stronzata, avvocà, ‘nciòo so, ma è propio così: ho trovato ‘na sentenza daa Cassazzione che parla de “inversione dell’ordine logico delle questioni”: cioè, pe’ dilla come va detta, è ‘na cosa che nun cià nessuna loggica, ma ‘ntanto ce conviene da eccepì ‘a prescrizione perchè ‘a signora cappellona è venuta da noi più di cinque anni fa, e si ciaveva da lamentasse ‘o doveva fa subbito, entro er quinto anno: me dispiace tanto, cappellona culona mia…doppo, saa aripija ‘nder zecchio, è regolare, no?>>.

La trama si infittisce, si ingarbuglia e cresce latente nel lettore la curiosità per l’epilogo che dissolva ogni nodo e sveli l’arcano del fitto mistero! Gioca un ruolo importante anche l’amore, fondamentalmente disillusione di un sentimento che puro e idilliaco come tutti lo raccontano, non esiste o, quanto meno, non è possibile. Eppure, è proprio quello stesso -l’amore- ad oliare gli ingranaggi della vicenda, a rendersi strumento necessario affinché tutto possa girare e perciò, in definitiva, capace di animare gli stessi protagonisti in una sorta di paradosso; forse quello che più di tutti l’autore mette in mostra.

In uno stile vivo, Capponi fonda la propria competenza di giurista con una spiccata vena creativa: arricchito da paradossi, personaggi più o meno singolari, delitti particolari e una scelta terminologica ricca e variegata.

Sa coniugare parole latine e dialetti creando un idioma sui generis che rende il racconto a tratti umoristico, regalando così al lettore divertimento, insieme ad intrighi e passioni.

 

aprile 3, 2014

Recensione | CERCANDO KAFKA

CERCANDO KAFKA

Recensione di Maddalena Capponi.

 

Guido Marcelli, magistrato con la passione per la scrittura, dopo numerosi racconti, debutta con il suo primo romanzo: Cercando Kafka, pubblicato nella collana VERSUS -giuristi raccontano- di Novecento Editore.

Grande stimatore dell’autore boemo, Marcelli, gli rende omaggio dando vita ad una narrazione che si intreccia puntualmente con le opere di questo scrittore.

In particolare il tributo è per Il Processo, testo letterario di grande spessore, una delle opere più misteriose di Kafka, al quale l’autore fa continuo riferimento, approfondendone i temi fondamentali per apportarne un contributo personale.

Ambientato nello scenario di una Praga tutta da svelare, il lettore si confronta da subito con improbabili circostanze e personaggi più o meno singolari; ma sembra essere la suggestione a giocare il ruolo principe in questo racconto, di cui è protagonista il signor K.

Giunto nella capitale Ceca con l’intento di immergersi nell’atmosfera che ispirò i grandi scrittori boemi-in una sorta di pellegrinaggio mistico-letterario- K. è da subito investito da accadimenti singolari,imprevedibili e anomali.

Le diverse contraddizioni presentate sono regolate ad arte per mettere in dubbio i punti di riferimento certi per il lettore e trascinarlo così in una condizione quasi onirica.

Il racconto si apre in un arrivo silenzioso, nella notte, alla fatiscente pensione “Al gatto verde” . Con i suoi perturbanti attori di riferimento, che la rendono quanto mai caratteristica, questa diventerà sede di un gioco di sospetti e desideri, incorniciando la permanenza di K. in una frustrante grettezza da cui ancora dovrà prendere le mosse.

Colmo di ore pesanti come pietre, che si rifiutano di precipitare nel gran buio del non vissuto,le giornate di K. si scandiscono al ritmo incessante di immaginazioni e solleciti costanti. Nel delirio di manie persecutorie al confine con incredibili coincidenze -o forse semplicemente realtà troppo influenzate da una passione letteraria smisurata- procedono in avanti un susseguirsi di eventi poco probabili, lasciandosi dietro l’interrogativo sul se qualcosa stia davvero accadendo o soltanto tutto resti la banale illusione di un visionario evanescente, che vive nella sua mente ciò che invece vorrebbe fosse nella sua vita.

Il signor K. è una figura difficile da tratteggiare, mentre si scorrono le pagine e si cerca di visualizzarla,tende a prendere sembianze diverse di capitolo in capitolo.

Talvolta smarrito, vive situazioni su cui non prende il sopravvento ma dalle quali si lascia come cullare,al limite tra l’indifferenza e la sofferenza, tra l’abbandono e in fondo la speranza per una mistica rivelazione. In questo atteggiamento mostra reazioni delle quali lui stesso si impressiona, si meraviglia,ma sulle quali, in definitiva, non si sofferma; progredendo quasi per inerzia, mentre continuamente altri lo interrompono e lo coinvolgono in discussioni, proposte e richieste di ogni specie.

In una incisiva indifferenza si osserva una vita che pare mediocre, così come a prima vista il signor Petecchia tenta di convincere -e dopo di lui quasi tutti, dal sudicio Herman al teppistello Svatek- ma che in fondo, poi, lo si rivela meno di quella di altri, che per quanto possano apparire poco spersi, sono solo automatizzati in un sistema che li rende vuoti. Senza dubbio sono molteplici le implicazioni psicologiche del romanzo e su queste si potrebbe ripensare a lungo.

Preponderante, poi, riecheggia il mito della legge, che fa da cornice, da sfondo e insieme da protagonista. C’è un continuo riferimento alle descrizioni di Kafka sulle misure elefantiache dell’apparato burocratico statale tra Autorità Giudiziarie Inferiori e Autorità Giudiziarie Superiori; Autorità Centrali,Autorità Inaccessibili e Autorità Infallibili. In questo rivivono i suoi personaggi letterari e le scenografie che puntualmente vengono descritte nel dettaglio, dalle claustrofobiche aule del tribunale alle cupe architetture verticali del Castello. Quanto mai icastica, la descrizione dell’arte figurativa giudiziaria che,nell’appassionare il protagonista, riesce a portare alla mente del lettore riflessioni incisive sulla questione della giustizia.

Nello scorrere dei capitoli, ognuno titolare di un’avventura ben precisa, il lettore è partecipe di una sorta di metamorfosi che però non pare voglia necessariamente evolvere ma a volte si ritrae in sé stessa. La percezione, per buona parte del racconto, è che si tratti di un viaggio che non riesce ad ingranare all’infuori dell’auto-suggestione del protagonista, nonostante non manchino input esterni che rimettono in discussione ogni questione. Eppure, ad un tratto, tutto sembra iniziare prendere una forma ed avere una sua logica, sebbene assurda o forse proprio un’assurdità compiuta poiché logica.

Ci sono laconiche conversazioni che cercano di dissipare taluni dubbi preponderanti, ed altre che danno il via a confidenze inaspettate; su tutti però impervia il sospetto e l’inaffidabilità delle maniere.

Per le vie della vecchia Praga, frastornato dalla leggenda di vie traverse e vie principali, il protagonista improvvisa i suoi percorsi, sulla scia di quegli stessi fatti, al limite dell’improbabile, che continuano ad accadere. E’ così che riesce a fare i suoi migliori incontri: dalla commessa Frida alla guida Petecchia,dal pittore Titorelli al sacerdote Padre Olmer, nessuna conoscenza si rivelerà superflua.

Le situazioni paradossali, talvolta angoscianti, appaiono accettate come status quo, implicando l’impossibilità di qualunque reazione tanto sul piano pratico che su quello psicologico. In questo il signor K. è maestro; inerme a tutto, senza mai scomporsi troppo o riflettere sul non senso dei fatti che lo investono. Continua preferire il procedere in avanti, mai stanco; si convince senza batter ciglio di ogni fatto per quanto surreale possa sembrare, quanto di ogni spiegazione per quanto semplicistica possa risultare. Spesso stordito neanche si lamenta, solo va avanti, come se tutto fosse logico che fosse assurdo per lui; e come se tutto quello che in definitiva bramasse fosse semplicemente esserne travolto.

Con uno stile narrativo leggero, l’autore sembra centrare in pieno i suoi propositi e far riecheggiare forte il mito Kafkiano. Il racconto, a suo modo, pone l’accento su scelte esistenziali, relazionali e sentimentali che rivelano tutta la loro complessità nel preludio della contraddittorietà -e talvolta anche impulsività- di certe azioni.

In un finale catartico che suggella la svolta di una presa di coscienza del sé che si butta dietro la mediocrità, K. si sente forte nella verità di un mistero scoperto; e l’autore rimette a posto ogni tassello infondendo la convinzione che in definitiva tutto sia accaduto e senza esitazione abbia fatto il suo corso.

 

febbraio 27, 2014

Misure cautelari penali e fallimento.

di  Maria Luisa De Rosa

– Giudice addetto al Gabinetto del Ministro della Giustizia  | già Giudice Delegato del Tribunale fallimentare di Roma –

(*) Il codice di procedura penale disciplina con l’art. 321 l’istituto del sequestro preventivo. La norma prevede che quando vi è il pericolo che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa aggravare o protrarre le conseguenze di esso ovvero agevolare la commissione di altri reati, a richiesta del pubblico ministero il giudice competente a pronunciarsi nel merito ne dispone il sequestro con decreto motivato. 

Dalla lettura della norma emerge che al sequestro preventivo è assegnata una duplice funzione cautelare: quella, prettamente special preventiva, di evitare l’aggravamento e/o la protrazione delle conseguenze del reato e/o di impedire la commissione di ulteriori reati; e quella, più tipicamente cautelare, di assicurare la fruttuosità pratica della misura di sicurezza patrimoniale della confisca penale, anticipandone, al contempo, taluni degli effetti.
Il sequestro preventivo si distingue, pertanto, dal cd. sequestro probatorio, il quale – siccome disciplinato dagli artt. da 253 a 265 c.p.p. tra i mezzi di ricerca della prova – si ritiene finalizzato esclusivamente ad assicurare al procedimento penale il corpo del reato o le cose pertinenti al reato necessarie per l’accertamento dei fatti, nonché dal sequestro conservativo penale, cui l’art. 316 c.p.p. assegna la diversa funzione di mezzo di conservazione della garanzia patrimoniale dell’imputato per il pagamento delle pene pecuniarie, delle spese del procedimento penale e di ogni altra somma dovuta all’Erario dello Stato e della garanzia patrimoniale dell’imputato e del responsabile civile per il pagamento delle obbligazioni civili derivanti dal reato.
Particolare importanza assume il rapporto tra la misura cautelare reale penale ed il fallimento allorquando esse intervengono sullo stesso compendio economico.
Con riferimento precipuo alle misure di prevenzione che normalmente intervengono nel corso della attività di repressione di delitti gravi quali appunto quelli di associazione a delinquere di stampo mafioso e/o camorristico, la problematica ha trovato una soluzione normativa con D.Lgs. 6 settembre 2011 n. 159, ossia con il c.d. “Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione”.
La disciplina ha senz’altro affermato la priorità dell’interesse pubblico perseguito dalla normativa antimafia rispetto a quello privatistico della par condicio creditorum così consegnando agli operatori un principio di prevalenza della procedura di prevenzione su quella civilistica del fallimento, sotto il profilo della sottrazione del patrimonio sequestrato alla massa attiva fallimentare.
L’opzione coattiva si giustifica per la presenza di esigenze penalistiche ritenute “iperrilevanti” così come è evidenziato dall’art. 63 del codice antimafia (‘‘dichiarazione di fallimento successiva al sequestro”) che, al comma IV°, dispone che, quando viene dichiarato il fallimento, sono esclusi dalla massa attiva fallimentare i beni (già) sottoposti a sequestro o confisca.
Se il fallito possiede anche ulteriori beni diversi da quelli sottoposti a misura cautelare, al giudice delegato del fallimento compete l’intera procedura di verifica dei crediti e di accertamento dei diritti dei terzi; in particolare il giudice delegato deve anche verificare che il credito di cui si è chiesta l’ammissione non sia strumentale all’attività illecita o a quella che ne costituisce il frutto o il reimpiego.
La Corte di Cassazione, con una famosa pronuncia (Cass. n. 16797 del 22 marzo 2011, Rv. 250327, Tanzarella ed altri) ha affermato la prevalenza della procedura preventiva su quella fallimentare essendo tale priorità ispirata dall’esigenza di privilegiare l’interesse pubblico perseguito dalla normativa antimafia, rispetto all’interesse meramente privatistico della “par condicio creditorum” perseguito dalla normativa fallimentare. Il superiore interesse muove altresì dall’esigenza di evitare che il bene venga rimesso in circolazione e meno che meno ritorni nella disponibilità del presunto mafioso, atteso che se è vero che il fallito perde la amministrazione e la disponibilità del bene, è altrettanto vero che la titolarità rimane in capo suo e che la disponibilità dello stesso può essere riacquistata, una volta che risulti un attivo al termine della procedura concorsuale.
Per il resto, la problematica afferente i rapporti tra la misura cautelare reale penale ed il fallimento aveva trovato soluzione nella sentenza delle Sezioni Unite n° 29951 del 2004.
Secondo i giudici della Suprema Corte non necessariamente gli interessi pubblici finalizzati alla confisca penale debbano prevalere su quelli, altrettanto pubblicistici, della procedura fallimentare e viceversa per cui il patrimonio di una società successivamente dichiarata fallita deve ritenersi costituito anche dai beni distratti, pervenuti agli amministratori attraverso condotte illecite (come per esempio truffe ed appropriazioni illecite) tenute in nome e per conto della società.
Peraltro, ben può intervenire il sequestro preventivo facoltativo dei beni appartenenti alla impresa dichiarata fallita se sussiste la prevalenza delle ragioni sottese alla confisca conseguenda rispetto a quelle dei crediti concorsuali e di detta prevalenza il giudice deve dare conto adeguatamente motivando il provvedimento cautelare.
La sentenza propone due principi e cioè quello per cui ove il fallimento riesca a soddisfare le esigenze del sequestro penale, questo non va disposto, o va revocato – e ciò al fine di escludere una duplicazione di misure – e l’altro di tipo metodologico, subordinato rispetto al primo, che consiste nell’affidare al giudice il bilanciamento degli interessi sottesi alle misure.
In generale, la misura è vietata dall’art. 51 l.f. secondo cui “dal giorno della dichiarazione di fallimento nessuna azione individuale esecutiva può essere iniziata o proseguita sui beni compresi nel fallimento”. L’esigenza di impedire ogni disparità di trattamento tra i creditori comporta sia l’inefficacia del sequestro conservativo disposto in pendenza di fallimento sia la caducazione della misura cautelare una volta intervenuto il fallimento.
Alla luce delle argomentazioni contenute in sentenza, possiamo operare un distinguo tra i diversi tipi di confisca ed i diversi tipi di sequestro.
La confisca c.d. obbligatoria, vale a dire la confisca di cose aventi natura intrinsecamente e oggettivamente pericolosa, prevista dall’art. 240/2°co c.p. o da leggi speciali che impongono la confisca di cose intrinsecamente pericolose, trova fondamento nella circostanza che il bene rappresenta un potenziale pericolo a prescindere dal soggetto (reo o terzo) nella cui disponibilità si trovi: pertanto la cosa stessa non può essere lasciata nella disponibilità di privati, ma deve necessariamente essere appresa dallo Stato che è, ontologicamente, in grado di neutralizzarne la carica criminosa.
La natura di pericolo, in re ipsa, della cosa determina sia l’obbligatorietà della confisca sia l’azzeramento della discrezionalità del giudice della cautela reale, e pertanto non si può consentire che il bene venga restituito alla curatela e venduto per la distribuzione del ricavato ai creditori.
In questa ipotesi, infatti, la funzione assolta dalla procedura concorsuale non è in grado di assorbire le finalità del sequestro, e l’esigenza di tutela collettiva non può che prevalere sulle esigenze dei terzi.
Quanto al sequestro, esso si distingue in conservativo, probatorio e preventivo .
Il sequestro conservativo ex art. 316 c.p.p., in quanto strumentale e prodromico a un’esecuzione individuale nei confronti del debitore, rientra, in caso di fallimento, nell’area di operatività dell’art. 51 l.fall., secondo cui dal giorno di dichiarazione del fallimento nessuna azione individuale esecutiva può essere iniziata o proseguita sui beni compresi nel fallimento e, quindi, il sequestro non può essere disposto e, ove esistente, in caso di fallimento, va revocato.
Il sequestro probatorio ex artt. 253 e ss c.p.p., siccome strumentale alle superiori esigenze processuali di ricerca della verità, va considerato preminente rispetto alla procedura concorsuale e alle sue esigenze.
Ovviamente, venute meno le esigenze squisitamente processuali, prevale il vincolo degli effetti del fallimento
Il sequestro preventivo.
Le Sez. Unite hanno distinto, inoltre, tra sequestro preventivo impeditivo (art. 321 1 °comma c.p.p.) e sequestro preventivo funzionale alla confisca (art. 321 2°comma c.p.p.,), e, all’interno del sequestro funzionale alla confisca, tra sequestro finalizzato alla confisca facoltativa o alla confisca obbligatoria.
Il sequestro preventivo impeditivo secondo la Suprema Corte, potrà dal Giudice penale essere disposto, mantenuto o revocato previa valutazione comparativa degli interessi sottesi al mantenimento della cautela e di quelli dei creditori tutelati propriamente in sede concorsuale.
Il sequestro finalizzato alla confisca facoltativa, è quello finalizzato alla confisca avente ad oggetto un bene non pericoloso intrinsecamente ma esclusivamente per il suo legame con il reo; tale funzione esclusivamente di spossessamento del bene, ben può essere conseguita anche mediante lo “spossessamento derivante dalla declaratoria fallimentare”, quindi il sequestro facoltativo finalizzato alla confisca facoltativa può essere, in caso di fallimento, revocato per restituire i beni al curatore affinché li distribuisca alla massa fallimentare.
Non vi è in questo caso alcun automatismo, ma compete all’autorità giudiziaria accertare caso per caso le concrete conseguenze della restituzione tenendo presenti le modalità di svolgimento della procedura fallimentare, la qualità dei creditori ammessi al passivo e l’ammontare del passivo stesso, eventualmente provvedendo alla restituzione con prescrizioni ai sensi dell’art. 85 disp. att. c.p.p.

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* Testo della Relazione tenuta dalla Dott.ssa Maria Luisa De Rosa al convegno RIPDICO del 15 Novembre 2013 in tema di GESTIONE DELLA CRISI DI IMPRESA  –  Elaborazioni della dottrina ed indirizzi giurisprudenziali.

novembre 25, 2013

La “lunga durata” delle procedure concorsuali: soluzioni normative e prassi.

di  Alessandro Ferretti

– Avvocato in Roma –

 (*) Le riforme intervenute negli ultimi anni contengono, tra gli altri, taluni principi normativi diretti a ridurre la durata delle procedure concorsuali.
Sul punto ricordo che il Decreto Sviluppo del 2012, ribadendo quanto già stabilito e contenuto nella Legge Pinto, fissa in sei anni la “ragionevolezza” delle durata delle procedure concorsuali, con ciò di fatto superando la stessa elaborazione giurisprudenziale che, medio tempore, proprio in merito alla durata dei fallimenti, aveva evidenziato dei distinguo tra le varie procedure in ragione delle dimensione dell’impresa decotta e del numero dei creditori della stessa.
Nel fallimento, le novità più significative intervenute in questi ultimi anni riguardano in modo particolare le procedure di vendita, con i novellati artt.105 e ss. che certamente rispondono in modo più appropriato alle finalità ispirate ad esigenze di economicità e snellimento della fase liquidatoria.
Particolare importanza, peraltro, come avrò modo di riprendere nel prosieguo, assume l’art. 104 ter 7° co. che, in tema di programma di liquidazione, prevede che il curatore, previa autorizzazione, possa non acquisire all’attivo ovvero abbandonare quei beni, la cui vendita non sia conveniente per la procedura, salvo il residuale diritto di ogni singolo creditore di agire su quei beni mediante esecuzione individuale.
Più incisivo certamente l’intervento del legislatore in tema di concordato preventivo.
Ricordo, al riguardo, la nuova lettera e) del comma 2 dell’art.161 l. fall., così come modificato dal “decreto sviluppo”, ove è previsto che con il ricorso il debitore debba presentare un piano contenente la descrizione analitica delle modalità e dei tempi di adempimento della proposta, nonché, l’art.181 l.f., che impone il termine di sei mesi dalla presentazione del ricorso per l’omologazione, termine suscettibile di una sola proroga non superiore a sessanta giorni; ancora, l’art. 186 l.fall., che, in tema di risoluzione del concordato, impone il termine di un anno, decorrente dall’ultimo adempimento contenuto nella proposta, per poter proporre il relativo ricorso; infine l’art.186 bis che, introducendo il nuovo istituto del concordato con continuità aziendale prevede che il piano possa contenere una moratoria non superiore di un anno dall’omologazione per il pagamento dei creditori muniti di privilegio (peraltro detto concordato appare molto simile alla vecchia amministrazione controllata: per inciso, sembra che il legislatore voglia un po’ tornare sui suoi passi nella gestione della crisi, recuperando un maggiore controllo da parte del giudice, inopinatamente relegato alla sola finalità di derimere le controversie endofallimentari).
In merito a detta moratoria di un anno, segnalo il contrasto interpretativo tra i tribunali sul disposto della lettera c, 3° comma del richiamato art.186 bis: infatti un recente decreto del Tribunale di Roma, Giudice Relatore Dott. Cottone, ha dichiarato l’inammissibilità della proposta di concordato in continuità, ove era previsto che i creditori privilegiati venissero soddisfatti entro il termine di 18 mesi decorrenti dalla scadenza annuale, mentre i giudici ambrosiani interpretano quella moratoria proprio nel senso di potere del Tribunale di assegnare all’imprenditore un termine iniziale scadente dall’anno dell’avvenuta omologazione per il pagamento dei creditori muniti di prelazione.
Ancorché per l’impresa che chieda di essere ammessa al beneficio del concordato con continuità aziendale possa risultare vitale l’applicazione estensiva del termine, non credo che la norma, già di per sé eccezionale, lasci spazio a dubbi interpretativi: il precetto appare lapidario quando testualmente recita: “…una moratoria fino a un anno”, prevedendo altresì l’unica eccezione nell’ipotesi di liquidazione di quei beni (evidentemente non strumentali all’esercizio dell’attività imprenditoriale) su cui sussiste la causa di prelazione.
Sulla tematica quivi affrontata è altresì doveroso richiamare la pronuncia delle SS.UU. n.1521 del 23/1/2013 (relatore Pres. Piccininni) che nel definire taluni contrasti sorti sia in dottrina che nella giurisprudenza, sia di legittimità che di merito, in tema di poteri-doveri di controllo di legittimità del giudice nel giudizio di fattibilità della proposta di concordato (distinguendo, peraltro, tra fattibilità giuridica, il cui accertamento viene riservato al tribunale, e fattibilità economica della proposta, sottoposta al voto dei creditori), pone in evidenza l’importanza dei tempi della procedura, sottolineando l’esigenza di realizzazione dei crediti vantati dal ceto creditorio in tempi “ragionevolmente contenuti”.
E nei tribunali si registrano da tempo pronunce di rigetto o inammissibilità di domande di concordato che prevedano tempi eccessivamente dilatati o in contrasto con il richiamato art.186 bis lett. c) circa i tempi di pagamento dei creditori, ovvero decreti di omologazione che, fermo restando l’obbligo di cui alla richiamata lettera e) comma 2 art.161, impongono tempi ben determinati e contenuti per la realizzazione dell’attivo nell’ipotesi di c.p. con cessione dei beni.
Passando all’amministrazione straordinaria, come noto, il D. Lgs. n.270/99 (c.d. legge Prodi bis) prevede all’art.27 che le concrete prospettive di recupero dell’equilibrio economico si realizzino o tramite il programma di cessione dei complessi aziendali sulla base di una prosecuzione dell’esercizio di impresa di durata non superiore ad un anno (termine prorogabile di tre mesi una sola volta, quando siano pendenti iniziative di imminente definizione – art.66 stessa legge), ovvero attraverso il programma di ristrutturazione, che deve portare al risanamento entro due anni.
Peraltro è da segnalare la prassi di richiesta e concessione di proroghe ai suddetti termini, evidentemente considerati di natura ordinatoria.
In ogni caso, i principi sin qui brevemente riassunti, denotano la volontà da parte del legislatore di conformarsi alle direttive europee: ma, gli interventi non sono certo sufficienti.
Non può essere sottaciuto che lo Stato Italiano è stato più volte condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per l’eccessiva durata dei processi e che sono sempre più frequenti i ricorsi alle competenti Corti di Appello per ottenere il risarcimento dei danni scaturenti dall’eccessivo procrastinarsi (oltre i sei anni) delle procedure concorsuali.
Eppure, ancora oggi, assistiamo a procedure che stancamente si tirano avanti per anni e anni, in alcuni casi addirittura per decenni.
Se da un lato una qualche colpevolezza deve certamente essere imputata all’inerzia degli operatori, dall’altro non può non rilevarsi che sussistono della carenze normative che “ingessano” le procedure e ne impediscono un celere svolgimento: si pensi, in generale, alla mancata, efficace, incisiva riforma del processo civile, da cui scaturisce l’oggettiva impossibilità per gli Organi della procedura di dare rapido corso alla stessa in pendenza delle varie azioni giudiziarie, sia esse di responsabilità verso gli organi societari o, più frequentemente, recuperatorie (con tale accezione comprendendo anche il sistema revocatorio) di beni e/o crediti acquisibili alla massa: come è stato efficacemente sottolineato in dottrina dal Prof. Grossi, il fallimento è un procedimento “contenitore”, racchiudendo in sé una molteplicità di altri giudizi.
Ma è necessario anche accertare, statisticamente, quanto queste azioni, sia pure condotte a termine con esiti positivi producano effetti sulla concreta soddisfazione del ceto creditorio, in particolare per quello chirografario.
Ricordo che l’esigenza di una maggiore speditezza della procedura concorsuale è risalente: autorevolissima dottrina di un tempo (mi riferisco a Bonsignori, Pajardi, Pazzaglia, Ragusa-Maggiore,) e, più di recente, Apice, Bongiorno, Norelli, Panzani, hanno più volte sottolineato il pregiudizio (ulteriore) per i creditori, che già subiscono la falcidia dei propri crediti a seguito della vicenda fallimentare, causa l’eccessivo perdurare delle procedure; e ricordo che la più recente normativa (da ultimo lo stesso decreto sviluppo del 2012 e la relativa relazione accompagnatoria), in tema di concordato con continuità aziendale, pone quale primaria finalità quella della tutela proprio del ceto creditorio, sottolineando che la salvaguardia dell’impresa deve costituire uno strumento a tal fine e non uno scopo a sé stante.
Non si può, anzi non si deve, dimenticare che la procedura concorsuale nasce ed esiste in quanto a monte vi è un conclamato stato di decozione o, quanto meno, di crisi; ciò sta a significare che quell’impresa non era e non può essere in grado di soddisfare più di tanto i propri creditori e non potranno certo farlo gli organi della sopravvenuta procedura concorsuale se non in forma limitata attraverso l’esercizio delle richiamate azioni conseguenti all’apertura della procedura stessa.
Ai fini dei richiamati dati statistici, fra i tanti casi cito la procedura Parmalat, certamente condotta con esemplare maestria: ebbene, il ceto creditorio chirografario è stato o verrà così soddisfatto (parlo delle 67 società che compongono il Gruppo Parmalat):
22,7% per il gruppo turismo (Parmatour)
5/6% Hit International
0% Parma Calcio
18% per i creditori delle 16 società di cui al concordato che ha visto quale assuntore la “Nuova” Parmalat S.p.A., attraverso l’emissione di titoli azionari.
E all’ineludibile dato dell’incapienza del patrimonio dell’impresa decotta si devono necessariamente aggiungere i costi di gestione della procedura, in particolare tutti quegli oneri prededuttivi scaturenti da azioni giudiziarie promosse forse con troppa facilità o da esercizi provvisori richiesti ed autorizzati sull’onda emotiva dell’importanza di un determinato “segno distintivo” di impresa, che, invero e purtroppo, tranne rarissimi casi, ha perso il suo valore.
E non si può rimanere indifferenti di fronte al potenziale danno scaturente dalla durata della procedura oltre il sesto anno: si pensi che per una procedura con mille creditori (e non sono ormai poi così poche) il quantum del solo pregiudizio che potrebbe prodursi dalla sola applicazione della Legge Pinto oscillerebbe da € 1.000.000 ad € 1.500.000 per ogni anno di ritardo; è come se il curatore, il commissario, il liquidatore avessero acquisito quell’attivo nei primi sei anni di procedura.
Eppure lo stato delle cose è questo, ma non lo si può poi subire passivamente.
Di quali strumenti dispone il curatore o comunque la procedura, quali accorgimenti si devono seguire, quale ulteriore passo è auspicabile de jure condendo?
Da quanto sin qui illustrato appare evidente che l’attenzione del legislatore si sia principalmente orientata sulle procedure c.d. “minori”, che, invero, stanno diventando la maggioranza, quanto meno nell’approccio da parte dell’imprenditore verso il Tribunale, attraverso la presentazione del concordato prenotativo di cui al 6° comma del novellato art.161; tale nuovo istituto, in base alle più recenti statistiche acquisibili presso i più importanti tribunali, si sta in realtà rivelando un escamotage da parte dell’imprenditore per ritardare i tempi della propria declaratoria fallimentare.
Se l’intento da parte del legislatore era quello di favorire l’accesso al beneficio concordatizio ed evitare il fallimento, si assiste ad una distorsione della volontà legislativa da parte delle imprese.
Senza celare la realtà, gli unici concordati che presentano possibilità di successo sono quelli liquidatori (ove l’imprenditore cede ai propri creditori l’intero patrimonio) o quelli para-liquidatori, identificabili in quei casi in cui intervenga a monte (cioè presente nel piano concordatario) un assuntore che abbia interesse ad acquisire quello che di buono è rimasto del complesso aziendale, così garantendo ab origine il pagamento dei creditori nelle percentuali contenute nel piano stesso (spetta poi agli organi della procedura verificare le concrete condizioni di fattibilità del piano stesso).
Tirando quindi le somme di questa mia relazione, penso che si debba e si possa ancora intervenire nella disciplina concorsuale.
Un primo intervento, potrebbe essere quello dell’estensione dell’art.104 ter 7° comma (rinuncia alla liquidazione o non acquisizione all’attivo dei beni, la cui liquidazione non sia conveniente) alle procedure fallimentari c.d. “vecchio rito” ed ai concordati preventivi con cessione dei beni: ciò consentirebbe la rapida chiusura di molte procedure ad oggi inutilmente incagliate: a titolo esemplificativo si consideri che ancora risultano pendenti molte procedure per non essere stati venduti beni immobili, sui quali grava una garanzia ipotecaria ed il cui ricavato servirà solo in parte al soddisfacimento del relativo credito privilegiato.
Un secondo intervento più incisivo potrebbe consistere nell’introduzione di una norma (rectius: di un complesso di norme) che preveda la chiusura della procedura allo scadere di un termine (i sei anni del Decreto Sviluppo 2012?) decorrenti dalla data di apertura, lasciando ai creditori insoddisfatti (sempre nel rispetto delle cause di prelazione per coloro che intervengono) la facoltà di coltivare, attraverso lo strumento della riassunzione dinanzi al giudice competente secondo le norme di rito, le azioni di cognizione o esecutive ancora pendenti: in tal modo la procedura concorsuale potrebbe fungere da “traghettatrice” a tutela proprio del ceto creditorio, usufruendo di strumenti di ricostruzione del patrimonio del fallito propri dell’esecuzione collettiva e di cui i singoli creditori non possono godere.
Non credo, in tal caso, che possa sostenersi che il problema venga solo spostato: la procedura concorsuale manterrebbe comunque il suo scopo legislativo che è quello di tutelare i creditori e la comunità attraverso la ricostruzione e la liquidazione dell’intero patrimonio dell’imprenditore e di eliminare dal mercato l’impresa non più meritevole di tutela.
Allo scadere del termine e quindi alla chiusura della procedura, l’impresa verrebbe definitivamente cancellata dal relativo registro.
Nell’ipotesi di inerzia dei creditori, al fine di non creare un ingiusto, potenziale vantaggio a favore del debitore insolvente, potrebbe riconoscersi allo Stato il diritto di acquisire i beni ancora da liquidare e subentrare nelle azioni già promosse, decorso un congruo termine, parimenti a quanto previsto per i cc.dd. conti correnti dormienti.
Questa previsione, che, oltre che certamente criticabile e perfettibile, può oggi apparire eccessivamente avveniristica o utopistica: ma è indispensabile sollecitare l’ulteriore intervento da parte del legislatore allo scopo di portare a compimento una riforma solo parzialmente realizzata, evitando così di esporre lo stato e gli operatori a pericolose ed onerose responsabilità sulla base di leggi che devono essere rispettate.
Inoltre l’auspicabile intervento normativo avrebbe come corollario quello di sensibilizzare gli operatori a dare rapido corso alla procedura (forse il compenso non viene liquidato principalmente sull’attivo realizzato?), evitando il dispendio di energie in iniziative inutili, di nessuna soddisfazione, in alcuni casi pretestuose.
Alessandro Ferretti

*Relazione al Convegno Ri.P.Di.Co. del giorno 15 novembre 2013.