Archive for ‘Uncategorized’

aprile 18, 2017

DIRITTO, LETTERATURA E SCRITTORI DELLA GIUSTIZIA: CONVERSAZIONE CON UMBERTO APICE | Roma, 11 maggio 2017

Diritto, letteratura e scrittori della giustizia-3

Annunci
marzo 17, 2016

Premio Ri.P.Di.Co. Scrittori della Giustizia rinviato.

Il Premio Ripdico Scrittori della Giustizia per l’anno 2016 non verrà indetto per contingenti motivi organizzativi.
Il Bando per le successive Edizioni verrà reso pubblico nei termini e nei modi consueti.

La redazione di Ri.P.Di.Co.

dicembre 1, 2015

Convegno 2 dicembre 2015 | Roma, Palazzo Altieri

Convegno 2 Dicembre 2015 - loc

settembre 30, 2015

ALCUNE BREVI CONSIDERAZIONI SULLA LEGGE N.132 DEL 2015 LIMITATAMENTE AGLI ASPETTI DI NATURA CONCORSUALE. – Avv. Alessandro Rimato

Pubblichiamo un articolo dell’Avv. Alessandro Rimato dal titolo: “ALCUNE BREVI CONSIDERAZIONI SULLA LEGGE N.132 DEL 2015 LIMITATAMENTE AGLI ASPETTI DI NATURA CONCORSUALE.”

N. B.: per scaricare il file pdf, clickare sul link sottostante:

“ALCUNE BREVI CONSIDERAZIONI SULLA LEGGE N.132 DEL 2015 LIMITATAMENTE AGLI ASPETTI DI NATURA CONCORSUALE.”

giugno 10, 2015

PREMIO LETTERARIO RI.P.DI.CO. 2015 | Scrittori della Giustizia – Ed. 2015 | ROMA, 14 Luglio 2015.

PremioRIPDICO_2015_LOCANDINA

febbraio 16, 2015

DOTTRINA | Prof. Antonio Staffa – IVA DI RIVALSA E PROCEDURE CONCORSUALI (aggiornamento 2014)

Pubblichiamo l’intervento tenuto dal Prof. Antonio Staffa: “IVA DI RIVALSA E PROCEDURE CONCORSUALI (aggiornamento 2014)”, al Convegno Ri.P.Di.Co. tenutosi a Roma il 13 febbraio 2015.

N. B.: per scaricare il file pdf, clickare sul link sottostante:

Prof. Antonio Staffa: “IVA DI RIVALSA E PROCEDURE CONCORSUALI (aggiornamento 2014)”

_____

ottobre 13, 2014

Locandina ultima_ Accademia dei Lincei

luglio 16, 2014

PREMIO LETTERARIO RI.P.DI.CO. – SCRITTORI DELLA GIUSTIZIA (8° edizione) | Opere vincitrici.

Nella serata conclusiva del PREMIO LETTERARIO RI.P.DI.CO. SCRITTORI DELLA GIUSTIZIA – 8° edizione, tenutasi a Roma il 15 LUGLIO 2014, presso il Circolo Canottieri ROMA, sono risultate opere vincitrici:

nella sezione NARRATIVA:
“Cercando Kafka” di Guido Marcelli (Novecento Editore)

nella sezione SAGGISTICA:
“L’onere della toga” di Lionello Mancini (BUR Rizzoli Editore)

aprile 3, 2014

Recensione | MISERICORDIAE (8.38)

MISERICORDIAE (8.38) 

Recensione di Maddalena Capponi

La collana Versus -giuristi raccontano- di Novecento Editore annovera tra i suoi romanzi Misericordiae (8.38) di Massimo Ferro, consigliere della Corte di cassazione e autore divari saggi giuridici. La collana, nata lo scorso anno da un’idea di Lillo Garlisi, coniuga diritto e letteratura per fonderli in fantasiosi romanzi caratterizzati da un retaggio giuridico che ne fa derivare una narrativa sui generis.
Nella narrazione si rinviene il luogo in cui la ricostruzione è capace di sedimentare altri significati possibili, ribellandosi alla tirannia degli eventi. Nella circostanza dei fatti, il diritto autoritativamente definisce i significati della vita delle persone mentre lanarrazione può raccontare un’altra storia, quella esclusa ma non eliminata. E’ allora la dicotomia che riesce a scorgersi nel gioco dell’antagonismo letteratura–diritto, che evidenzia la rivincita delle possibilità contro la contingenza di quella che è impostata come la realtà.
Vincitore del Premio Letterario per la Narrativa RIPDICO – Scrittori della Giustizia 2013-Misericordiae (8.38) è un romanzo che esprime forte la scabrosità della vita, con un titolo pregnante di significato che rimanda all’evenienza di un’indagine sul tempo di ognuno. La filosofia occidentale si è interrogata in diversi luoghi e da diverse prospettive sulla misericordia, anche se questo termine ha assunto uno specifico e precipuo valore nel linguaggio religioso. Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae afferma che“misericordia significa avere il cuore nella miseria altrui”. Di origine latina, infatti, è la derivazione di miserĭcors (misericordioso), composto da miserere (aver pietà) e cor(cuore).
Massimo Ferro, con il suo Misericordiae, evidenzia la discrasia tra la riuscita di vite socialmente insospettabili e l’incompiutezza frustrante delle loro esistenze interiori. E’un mettere a nudo le debolezze e le meschinità dei protagonisti; quattro uomini e quattro donne, che intrecciano le loro vite in un percorso escheriano articolato nella cornice di città opposte con Medantia a nord, Ruanzo a sud e il piccolo borgo di Vico Massaro a chiudere il cerchio.
Otto capitoli per otto personaggi: Frida, Gisella, Cecilia e Lubijana; Giorgio, Mario,Annibale e il misterioso F.. Percorsi e scelte che si osservano da fuori, mentre dentro si arrovellano nel compiacimento di una freddezza solitaria, nel vuoto di una imperfezione latente, nell’ansia di una ricerca inconcludente.
In un tempo senza tempo, queste esistenze sono raccontate attraverso flash e pensieri fugaci ma icastici. Le sensazioni dei personaggi sono quelle che realmente trainano la narrazione. Il piano del presente è confuso con quello del passato. Infiniti avverbi e aggettivi si susseguono in descrizioni che sembrano allungate mentre in un istante si dissolvono in un altro tempo, in un altro momento, in un altro avvenimento accaduto prima o dopo o forse solo pensato. Le voci dei protagonisti si confondono con quella dell’autore in soliloqui più o meno incisivi e ricordi che riaffiorano più o meno compiuti. I giudizi sono velati; la presentazione dei personaggi è indiretta e la loro caratterizzazione psicologica e sociale. La soluzioni stilistica messe in atto dall’autore,assieme ad una consapevolezza espressiva, permette il raggiungimento di uno stile non banale. Ciò che rende circolare il racconto, a suo modo, è l’intreccio di questi destini,inizialmente così lontani ma che poi, con la tecnica dei flashback, vengono sorprendentemente rimessi in relazione.
L’autore sembra dilettarsi con queste identità, ma il confine da varcare obbliga a qualche rinuncia: ciò che si richiede infatti, è l’appropriazione di quello che è l’enigma dell’identità, ovvero la presa di possesso di un mondo interiore. L’interiorità ha qualcosa di impenetrabile per lo stesso io che la racconta ed è confusa per gli stessi personaggi che, incapaci di dire davvero di loro stessi, ricostruiscono un’ esistenza solo attraverso pochi sguardi al passato: momenti che lasciano un segno nell’intensità della loro poco importanza. Ogni esercizio minuzioso della memoria non potrà mai comunque ricollegare interamente tutti i fili, scontrandosi sempre con un muro d’ombra e ricadendo nel gioco dell’invisibilità dentro il quale l’interiorità va a rifugiasi.
E’ sulla soglia di questo con-fine, che Ferro scaraventa il lettore da una parte all’altra provocando ciò che è inganno o pervicace nascondimento della realtà nellaoffuscamento delle proprie colpe. Vizi, debolezze e incapacità che segnano come cicatrici indelebili il tempo di un trascorso amaro, sembrano mostrare il fianco ad una sagace critica. Scelte o solo impossibilità invocano la misericordia, che non è pietà;eppure è l’attesa a prendere il sopravvento e procrastinare il momento del giudizio. Il lettore vorrebbe conoscere quell’elemento ulteriore per potersi pronunciare su queste vite; quell’elemento però che non sembra mai poter arrivare, generando così una inconscia rinuncia al giudizio per far posto a quella giustizia caritatevole che vede sovrana la misericordia.
Nelle immagini infantili, giovanili, o quantomeno lontane e innocenti, si scorge lo scudo di protezione di quelle vite che per certi versi temono il presente più del futuro. Resta comunque funesta l’immagine dell’avvenire, nell’abbandono alla presa di coscienza per l’impossibilità di liberarsi dalle limitazioni in cui sono intrappolati.
Personaggi autentici, per quanto capziosi, sanno tenere il lettore seduto insieme agli altri giurati popolari ad ascoltare l’arringa dell’avvocato difensore, che fa leva sulla imperfezione della natura umana per indurre all’immedesimazione.
E’ una finzione reale in una realtà finta, ma nel gioco degli ossimori si conclude ogni pensiero all’alba dello splendore della vita stessa che è quella di tutti e di nessuno ma valore assoluto…della misericordia!

aprile 3, 2014

Recensione | CHI NASCE QUADRO PUO’ MORIRE TONDO.

CHI NASCE QUADRO PUO’ MORIRE TONDO 

Recensione di Maddalena Capponi

Chi nasce quadro può morire tondo è uno dei tre romanzi con cui ha debuttato lo scorso ottobre la collana Versus -giuristi raccontano- edita da Novecento Editore. Unica nel panorama nazionale, la collana propone un’avventura letteraria nella quale si sprigiona la fantasia di esperti giuristi per dar vita ad una narrativa appassionata e peculiare: sono storie di pura fantasia, intrise però da quel mondo del diritto che si porta dietro argomentazioni, immagini e linguaggi tutti suoi.

Bruno Capponi, ex magistrato e attualmente ordinario di Diritto processuale civile presso la Facoltà di Giurisprudenza della LUISS Guido Carli, da vita ad un romanzo coinvolgente e misterioso che appassiona nel fitto di un giallo che si eleva a sè stesso in un duplice delitto inaspettato e prima facie poco afferrabile.

Già dalle prime pagine il lettore è immerso bruscamente in un mistero sconosciuto, mentre è accompagnato dolcemente in una Roma conosciuta di un passato vicino. In un climax ascendente di colpi di scena, l’autore sa come creare quella curiosità che latentemente si impregna in ogni pagina, lasciandosi divorare parola dopo parola.

E’ una storia di delitti ma anche di amori, di ipocrisia ma anche di sentimenti, di vita ma anche di morte; è una storia, senza dubbio, di paradossi. C’è il notaio Avv. Ferdinando Petti Muflone, con studio notarile rigorosamente in via delle Quattro Fontane angolo via XX Settembre: noto come “il cinghiale del Quirinale”, il notaio dei nobili; ma c’è anche Loredana Salvatori der fu Giuseppone detto er Cicala: per i suoi tanto frementi ammiratori ‘a Tigre der Bengala. C’è Eva Finzi Catalanotti, antiquaria marguttara, con la sorella Ada vedova del conte Romeo Maria Blasotti, scomparso in un tentativo di traversata della Manica a libero volo d’uccello, senza propulsore e sopratutto senza paracadute; ma c’è anche er Puma, avvenente quanto criptico sommelier a tempo perso, con un passato alquanto inaspettato.

C’è poi donna Concetta Lancellotti, matura vedova Antinori; il mercante di informazioni Giorgio Serravalle; l’ingegnere Tomassini; ma sopratutto c’è lui: l’avvocato cassazionista Ernesto Mignoni Arduini, iscritto all’Ordine di Roma. Uomo monotono, stereotipo di una certa routine, passa le sue giornate nell’elegante studio di Viale delle Milizie dove, infaticabile, è sempre presente la sua anziana segretaria Olga, signorina, come a lei piace essere chiamata. In tanti anni ha appreso un fertile repertorio di formule avvocatesche che ripete in modo istintivo con risultati infallibili non mancando però di chiedere lumi al suo principale nei rari casi in cui le sorgono dei (legittimi) dubbi: <<Avvocà, jòo potemio dì, in chiusura: “lieto dell’incontro professionale, porgo distinti saluti”, quanno prima javèmio detto: “in mancanza di risposta entro giorni sette dal ricevimento della presente, adiremo le vie legali senza ulteriore avviso”? Nun zembrerà, me scusi avvocà, ‘n po’ ‘na presa pe’r culo?>>.

<<Avvocà, ma si “la presente è da considerarsi riservata e priva di valore di proposta contrattuale per la parte da me rappresentata”, allora che jaavèmio scritta a ffa?>>.

Dall’attico con terrazzo su ai Monti Parioli, alla stazione ferroviaria giù a Trastevere; dalla villa De la Fontaine Ortucci sull’Aventino, al sottosuolo della discarica sotto lo storico Monte dei Cocci. È il continuo contrasto tra l’altisonante “Roma bene” e quella “di borgata”, che però talvolta riesce a far impallidire la prima al richiamo di una espressività colorita e carismatica che cela la forza della vita passionale; quella vita dominata da emozioni e istinti allo stato naturale, senza il filtro di costrutti sociali e culturali che ne ridimensionino la portata. Nel grigiore di quel ceto medio fatto di vizi e di virtù, ma sopratutto di contraddizioni, è l’avvocato Arduini ad essere al centro della scena, e a mettere a fuoco l’obiettivo sull’esistenza.

Il personaggio che lega tutti gli avvenimenti, sullo sfondo sempre presente -forse perché è la più “assente” in fondo- è quello della pluriblasonata contessa marchesa Camilla de La Fontaine Ortucci.

Soggetto interessante che racchiude più di tutti quel contrasto tra il nobile e la forma, il tutto e il niente di una vita svuotata e una nobiltà decaduta. Come il filo invisibile di una tela tessuta con incessante pazienza, si lega ad un altro destino nella consapevolezza di non avervi nulla da spartire, ma con l’audacia di bramare una sorte insignificante tanto più di quella faticosamente costruitasi con le sue mani, nel retorico quesito di chi sia veramente a vivere una “vita bene”! E poi c’è Roma, sullo sfondo che fa da cornice, ma che è anche protagonista, di fatti, di vite, di sogni, di speranza, di ricchezza e povertà che si intrecciano e si alternano proprio come i suoi quartieri; nel continuo variare di antico e moderno, orgoglio e vergogna, storia e quotidianità.

L’autore ci riporta continuamente fra le sue strade, ci fa vivere il suo fascino attraverso il richiamo di certi particolari, attraverso indirizzi precisi menzionati nel dettaglio, richiamando i nomi di quelle vie del centro storico che ognuna racconta una storia, da sé, nel solo nominarla.

Il tempo è diradato, sono pochissimi giorni e di quei giorni solo poche ore ma nel contempo è una vita e, anzi, tante vite che si scoprono, si ritrovano, si amano e si perdono. Solo pochi momenti che nel realizzarsi raccontano e portano alla mente del lettore -come se già fosse, come se già lo conoscesse- una serie di fatti storie e avventure del passato che riescono a far da collante al senso degli assurdi avvenimenti che si consumano in quelle poche giornate. Giornate spezzate dalla routine e vissute nell’angoscia di eventi tragici ma, al contempo, carichi di una vitalità fremente che permette nella sua unicità di stravolgere i piani di una esistenza in fondo scontata.

“Chi nasce quadro può morire tondo”, è un romanzo ricco, coinvolgente, in grado di divertire mentre cerca di far riflettere. Il titolo riporta alla mente un famoso brocardo frutto della saggezza popolare, sebbene nell’inversione del suo ammaestramento. Non mancano pagine dedicate alla questione, fitte di affascinanti teorie sul punto, esposte da emeriti accademici che si interrogano sul quadro e sul tondo e su tutto ciò che ne può derivare.

Buttate qua e là tra le righe, poi, taglienti battutine sembrano voler rassegnare sottili lamentele su coloro che rappresentano la giustizia. Coloro i quali vorrebbero ostentare prima di tutto morale e prestigio mentre spesso si smentiscono sotto i colpi di una dura e cruda realtà; a farne da megafono talvolta è proprio la signorina Olga, nella sua semplicità che cela però anche erudizione. Olga è un personaggio cardine nel suo essere secondario, stupisce per come riesce a districarsi ammirabilmente in formule giuridiche e risoluzioni di questioni legali. Incorniciata poi, in quella romanità de Roma che la contraddistingue, è quel tanto ironica da far bramare il lettore di incontrarla il più possibile nel susseguirsi degli eventi.

<<Avvocà, me scusi tanto si mme permetto, ma jòo dicevo che qua cce serve n’avvocato bbono: pur’io me so spaccata a’capoccia, me so spremuta ‘a bricòccola tutt’er ucchènd, e poi ho capito che a’prescrizione se po’ sempre eccepì, perchè er giudice te po’ dichiarà ‘a prescrizione pure d’en diritto che n’è mmai esistito. Sembra ‘na stronzata, avvocà, ‘nciòo so, ma è propio così: ho trovato ‘na sentenza daa Cassazzione che parla de “inversione dell’ordine logico delle questioni”: cioè, pe’ dilla come va detta, è ‘na cosa che nun cià nessuna loggica, ma ‘ntanto ce conviene da eccepì ‘a prescrizione perchè ‘a signora cappellona è venuta da noi più di cinque anni fa, e si ciaveva da lamentasse ‘o doveva fa subbito, entro er quinto anno: me dispiace tanto, cappellona culona mia…doppo, saa aripija ‘nder zecchio, è regolare, no?>>.

La trama si infittisce, si ingarbuglia e cresce latente nel lettore la curiosità per l’epilogo che dissolva ogni nodo e sveli l’arcano del fitto mistero! Gioca un ruolo importante anche l’amore, fondamentalmente disillusione di un sentimento che puro e idilliaco come tutti lo raccontano, non esiste o, quanto meno, non è possibile. Eppure, è proprio quello stesso -l’amore- ad oliare gli ingranaggi della vicenda, a rendersi strumento necessario affinché tutto possa girare e perciò, in definitiva, capace di animare gli stessi protagonisti in una sorta di paradosso; forse quello che più di tutti l’autore mette in mostra.

In uno stile vivo, Capponi fonda la propria competenza di giurista con una spiccata vena creativa: arricchito da paradossi, personaggi più o meno singolari, delitti particolari e una scelta terminologica ricca e variegata.

Sa coniugare parole latine e dialetti creando un idioma sui generis che rende il racconto a tratti umoristico, regalando così al lettore divertimento, insieme ad intrighi e passioni.