Archive for ‘Giurisprudenza’

luglio 13, 2016

CONVEGNO Confederazione Europea Piccole Imprese – CEPI, | LA COLLABORAZIONE TRA IMPRESE E ISTITUZIONI PER LA CRESCITA ECONOMICA | Roma, 16 e 17 luglio 2016

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Congresso 16 luglio

giugno 14, 2016

Convegno ROMA 22 giugno 2016, ore 14,30| GLI STRUMENTI DI TUTELA PER LE CRISI DI IMPRESE E FAMIGLIE

Convegno giugno Uni Marconi vers def_1

 

Convegno giugno Uni Marconi vers def_2

 

ottobre 26, 2015

PROPOSTE CONCORRENTI E MERCATI DELLE PROPOSTE NEL NUOVO CONCORDATO PREVENTIVO – Avv. Alessandro Rimato

Pubblichiamo un articolo dottrinale dell’Avv. Alessandro Rimato.
(N. B.: per scaricare il file pdf, clickare sul link sottostante)

PROPOSTE CONCORRENTI E MERCATI DELLE PROPOSTE NEL NUOVO CONCORDATO PREVENTIVO

ottobre 7, 2015

FUSIONE A SEGUITO DI ACQUISIZIONE CON INDEBITAMENTO – Avv. Ugo Scuro, Avv. Nicola Scuro, Dott. Alessandro Scuro.

Pubblichiamo un articolo degli Avvocati Ugo Scuro, Nicola Scuro e del Dott. Alessandro Scuro dal titolo: “FUSIONE A SEGUITO DI ACQUISIZIONE CON INDEBITAMENTO.”

N. B.: per scaricare il file pdf, clickare sul link sottostante:

“FUSIONE A SEGUITO DI ACQUISIZIONE CON INDEBITAMENTO”

agosto 17, 2015

Premio letterario Ripdico 2015 – Scrittori della Giustizia | Fotografie.

E’ possibile scaricare gli scatti di Silvia Apice relativi al Premio Ripdico 2015 clickando sul seguente link:

www.silviaapice.it/ripdico_2015.zip

luglio 15, 2015

PREMIO LETTERARIO RI.P.DI.CO. – SCRITTORI DELLA GIUSTIZIA (9° edizione) | Opere vincitrici.

Nella serata conclusiva del PREMIO LETTERARIO RI.P.DI.CO. SCRITTORI DELLA GIUSTIZIA – 9° edizione, tenutasi a Roma il 14 LUGLIO 2015, presso il Circolo Canottieri ROMA, sono risultate opere vincitrici:

Per la NARRATIVA,

Giuseppe Marotta, “Sfrattati”  (Corbaccio Ed.)

Per la SAGGISTICA,

Paola Di Nicola, “La Giudice. Una donna in magistratura.” (Ghena Book Ed.)

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Il Premio Ri.P.Di.Co.  –  Scrittori della Giustizia, nel 2015,  è ormai giunto alla sua nona edizione e gode di ottima salute. Ancora una volta, la serata conclusiva, svoltasi il 14 luglio 2015 a Roma, nella splendida cornice del Circolo Canottieri ROMA,  ha offerto agli operatori del diritto e agli amanti della letteratura un’occasione per riflettere e confrontarsi sui temi della Giustizia da svariati punti di vista.

Un ringraziamento va a tutti i ripdichiani: i componenti della Giuria (UMBERTO APICE ADOLFO DI MAIO, MARCELLO FOSCHINI,  TOMMASO FROSINI, CESARE MILANESE, CLAUDIA VALERIO PAGAN, MIMMO LIGUORO,  ELIGIO RESTA, BRUNO CAPPONI, CHIARA LICO, MASSIMO FERRO, ALESSANDRO FERRETTI, ERMINIO CARMELO AMELIO), i componenti del Comitato promotore (Umberto Apice, Alessandro Ferretti, Flavio Musto), i componenti del Comitato organizzatore (Corrado De Martini, Alessandro Ferretti, Flavio Musto, Stefano Nicita), il lettore ufficiale della serata (Laura Vasselli), la fotografa (Silvia Apice), tutti i concorrenti (Ornella Aprile Matasconi, Giuseppe Marotta, Massimo Mannucci, Luciana Breggia, Paola Di Nicola, Guido Rispoli, Vito Mancuso) e gli sponsor (Giappichelli Ed., Unicredit Banca). Un ringraziamento speciale va tributato al Circolo Canottieri Roma e, in particolare, a Massimo Mannocchi che ne è Segretario Generale. 

Ancora una volta, l’ottima riuscita dell’evento è stata possibile grazie alla costante collaborazione di tutte le persone “coinvolte” dall’instancabile attività  del Pres. Umberto Apice il quale,  dividendosi tra gli impegni di Avvocato Generale di Cassazione, di direttore di Ri.P.Di.Co.  e (last but not least!) di scrittore, riesce sempre ad imprimere un sapiente indirizzo alla “nostra”  competizione letteraria.

Qui di seguito l’articolo di resoconto giornalistico  con fotografie di Christian Marchetti (Addetto Stampa Circolo Canottieri Roma), pubblicato sul sito del Circolo Canottieri ROMA:

RESOCONTO PREMIO LETTERARIO RIPDICO 9° EDIZIONE  |  14 luglio 2015

La giustizia. Le mille forme, le molteplici sfumature, le tante strade da percorrere per raggiungerla e conquistarla. La giustizia che finisce sui libri, seppure non seguendo i consueti binari che portano a riempire tonnellate di manuali e codici, bensì romanzi, saggi, persino opere per l’infanzia. Quel tipo di giustizia che viene celebrato annualmente dal premio letterario “Scrittori della Giustizia“, indetto da RI.P.DI.CO (“Rivista Parlata di Diritto Concorsuale”) e Centro Studi di Diritto Fallimentare e Societario. Premio che ieri sera, per il secondo anno consecutivo, ha vissuto il momento clou della proclamazione dei vincitori al Circolo Canottieri Roma, grazie anche all’interessamento e alla passione del Segretario generale, l’avvocato Massimo Mannocchi.

Un’intensa serata al termine della quale sono stati proclamati vincitori Giuseppe Marotta, autore di “Sfrattati” (Corbaccio), opera inserita nella sezione Narrativa, e Paola Di Nicola, con il suo “La giudice. Una donna in magistratura” (Ghena Book), per la Saggistica. Due testi coraggiosi riusciti a spuntarla “sul filo di lana”, per dirla con il presidente del premio Umberto Apice, sugli altri libri in concorso, sottolineando l’altissima qualità anche quest’anno registrata.

Non certo mera opera di fantasia quella di Giuseppe Marotta, ufficiale giudiziario che – citando la presentazione della casa editrice – “offre un racconto struggente e intensamente umano del nostro Paese oggi. Il racconto di una crisi che colpisce sempre più persone. Marotta ci mostra uno spaccato estremamente originale da una prospettiva sconosciuta e inaspettatamente compassionevole. E si mette in gioco in prima persona: lui figura odiata e temuta e, allo stesso tempo, garante di giustizia e artefice di mediazione”.

“Ci vuole tatto per entrare in casa di sconosciuti, da soli, senza scorte, e chieder conto di un debito, minacciare un pignoramento o uno sfratto. – scrive infatti Marotta – Ci vuole tatto e coraggio. Bisogna entrarci in punta di piedi nelle case altrui. Anche questo fa parte del mio mestiere”.

Paola Di Nicola affronta invece un tema magari sconosciuto al grande pubblico eppure sempre vivo nelle aule di tribunale. “Ritornare a riflettere sulla storia delle donne nella magistratura italiana attraverso una vita intrigante e vera – riporta la nota di presentazione de ‘La giudice’ – significa ritrovare il piacere di pensare senza preconcetti e senza tralasciare nulla. Secoli di pregiudizi hanno visto la donna lontana da certi luoghi e da certe funzioni e ora, passando attraverso i corridoi del carcere di Poggioreale, nulla sembra turbare quel ticchettio di un passo deciso, eppure dentro di sé mille domande si rincorrono, prima fra tutte: cosa penserà l’imputato trovandosi di fronte una donna magistrato? I pregiudizi sono duri da estirpare ma ora, attraverso la voce di Paola Di Nicola, scopriamo il piacere di un vissuto e di un mestiere che abbraccia le vite degli altri in un unico manto che ‘traveste e nasconde’: la toga”.

Altre opere in gara, per la narrativa, “Gli artigli dell’innocenza” di Ornella Aprile Matasconi (Acca ed.) e “Testa o croce” di Massimo Mannucci (Soc. ed. Fiorentina). Per la saggistica: “Il giudice alla rovescia” di Luciana Breggia (Einaudi) e “La bellezza, la legge e Dio” di Guido Rispoli e Vito Mancuso (Il Margine ed.).

Componevano la giuria, presieduta dal magistrato Umberto Apice; gli avvocati e professori universitari Adolfo Di Majo e Marcello Foschini; il costituzionalista e professore universitario Tommaso Frosini; lo scrittore Cesare Milanese; la saggista Claudia Valerio Pagan; i giornalisti televisivi e scrittori Mimmo Liguoro e Chiara Lico; il professore ordinario di Filosofia del Diritto Eligio Resta; l’avvocato, professore universitario e scrittore Bruno Capponi; i magistrati e scrittori Erminio Carmelo Amelio e Massimo Ferro; nonché gli avvocati Alessandro Ferretti (segreteria) e Stefano Nicita (organizzazione).

Dopo la presentazione dei sei libri finalisti e prima dell’intervista agli autori curate dallo stesso Umberto Apice, l’avvocato Laura Vasselli ha letto stralci delle opere, accompagnando idealmente il gremito salone di rappresentanza del Circolo all’interno delle pagine. Dunque le votazioni e, a mitigare la trepidante attesa degli autori finalisti, il ricco cocktail tenuto nell’area piscina.

A tarda sera, allora, la proclamazione, l’applauso e i saluti a vincitori e vinti. Scrittori, narratori, profondi conoscitori nonché amanti della giustizia. Quella giustizia che esce dalle aule di tribunale e prende forme sempre nuove sulla pagina.”

gennaio 12, 2015

CONVEGNO | Roma, 13 febbraio 2015

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febbraio 27, 2014

Misure cautelari penali e fallimento.

di  Maria Luisa De Rosa

– Giudice addetto al Gabinetto del Ministro della Giustizia  | già Giudice Delegato del Tribunale fallimentare di Roma –

(*) Il codice di procedura penale disciplina con l’art. 321 l’istituto del sequestro preventivo. La norma prevede che quando vi è il pericolo che la libera disponibilità di una cosa pertinente al reato possa aggravare o protrarre le conseguenze di esso ovvero agevolare la commissione di altri reati, a richiesta del pubblico ministero il giudice competente a pronunciarsi nel merito ne dispone il sequestro con decreto motivato. 

Dalla lettura della norma emerge che al sequestro preventivo è assegnata una duplice funzione cautelare: quella, prettamente special preventiva, di evitare l’aggravamento e/o la protrazione delle conseguenze del reato e/o di impedire la commissione di ulteriori reati; e quella, più tipicamente cautelare, di assicurare la fruttuosità pratica della misura di sicurezza patrimoniale della confisca penale, anticipandone, al contempo, taluni degli effetti.
Il sequestro preventivo si distingue, pertanto, dal cd. sequestro probatorio, il quale – siccome disciplinato dagli artt. da 253 a 265 c.p.p. tra i mezzi di ricerca della prova – si ritiene finalizzato esclusivamente ad assicurare al procedimento penale il corpo del reato o le cose pertinenti al reato necessarie per l’accertamento dei fatti, nonché dal sequestro conservativo penale, cui l’art. 316 c.p.p. assegna la diversa funzione di mezzo di conservazione della garanzia patrimoniale dell’imputato per il pagamento delle pene pecuniarie, delle spese del procedimento penale e di ogni altra somma dovuta all’Erario dello Stato e della garanzia patrimoniale dell’imputato e del responsabile civile per il pagamento delle obbligazioni civili derivanti dal reato.
Particolare importanza assume il rapporto tra la misura cautelare reale penale ed il fallimento allorquando esse intervengono sullo stesso compendio economico.
Con riferimento precipuo alle misure di prevenzione che normalmente intervengono nel corso della attività di repressione di delitti gravi quali appunto quelli di associazione a delinquere di stampo mafioso e/o camorristico, la problematica ha trovato una soluzione normativa con D.Lgs. 6 settembre 2011 n. 159, ossia con il c.d. “Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione”.
La disciplina ha senz’altro affermato la priorità dell’interesse pubblico perseguito dalla normativa antimafia rispetto a quello privatistico della par condicio creditorum così consegnando agli operatori un principio di prevalenza della procedura di prevenzione su quella civilistica del fallimento, sotto il profilo della sottrazione del patrimonio sequestrato alla massa attiva fallimentare.
L’opzione coattiva si giustifica per la presenza di esigenze penalistiche ritenute “iperrilevanti” così come è evidenziato dall’art. 63 del codice antimafia (‘‘dichiarazione di fallimento successiva al sequestro”) che, al comma IV°, dispone che, quando viene dichiarato il fallimento, sono esclusi dalla massa attiva fallimentare i beni (già) sottoposti a sequestro o confisca.
Se il fallito possiede anche ulteriori beni diversi da quelli sottoposti a misura cautelare, al giudice delegato del fallimento compete l’intera procedura di verifica dei crediti e di accertamento dei diritti dei terzi; in particolare il giudice delegato deve anche verificare che il credito di cui si è chiesta l’ammissione non sia strumentale all’attività illecita o a quella che ne costituisce il frutto o il reimpiego.
La Corte di Cassazione, con una famosa pronuncia (Cass. n. 16797 del 22 marzo 2011, Rv. 250327, Tanzarella ed altri) ha affermato la prevalenza della procedura preventiva su quella fallimentare essendo tale priorità ispirata dall’esigenza di privilegiare l’interesse pubblico perseguito dalla normativa antimafia, rispetto all’interesse meramente privatistico della “par condicio creditorum” perseguito dalla normativa fallimentare. Il superiore interesse muove altresì dall’esigenza di evitare che il bene venga rimesso in circolazione e meno che meno ritorni nella disponibilità del presunto mafioso, atteso che se è vero che il fallito perde la amministrazione e la disponibilità del bene, è altrettanto vero che la titolarità rimane in capo suo e che la disponibilità dello stesso può essere riacquistata, una volta che risulti un attivo al termine della procedura concorsuale.
Per il resto, la problematica afferente i rapporti tra la misura cautelare reale penale ed il fallimento aveva trovato soluzione nella sentenza delle Sezioni Unite n° 29951 del 2004.
Secondo i giudici della Suprema Corte non necessariamente gli interessi pubblici finalizzati alla confisca penale debbano prevalere su quelli, altrettanto pubblicistici, della procedura fallimentare e viceversa per cui il patrimonio di una società successivamente dichiarata fallita deve ritenersi costituito anche dai beni distratti, pervenuti agli amministratori attraverso condotte illecite (come per esempio truffe ed appropriazioni illecite) tenute in nome e per conto della società.
Peraltro, ben può intervenire il sequestro preventivo facoltativo dei beni appartenenti alla impresa dichiarata fallita se sussiste la prevalenza delle ragioni sottese alla confisca conseguenda rispetto a quelle dei crediti concorsuali e di detta prevalenza il giudice deve dare conto adeguatamente motivando il provvedimento cautelare.
La sentenza propone due principi e cioè quello per cui ove il fallimento riesca a soddisfare le esigenze del sequestro penale, questo non va disposto, o va revocato – e ciò al fine di escludere una duplicazione di misure – e l’altro di tipo metodologico, subordinato rispetto al primo, che consiste nell’affidare al giudice il bilanciamento degli interessi sottesi alle misure.
In generale, la misura è vietata dall’art. 51 l.f. secondo cui “dal giorno della dichiarazione di fallimento nessuna azione individuale esecutiva può essere iniziata o proseguita sui beni compresi nel fallimento”. L’esigenza di impedire ogni disparità di trattamento tra i creditori comporta sia l’inefficacia del sequestro conservativo disposto in pendenza di fallimento sia la caducazione della misura cautelare una volta intervenuto il fallimento.
Alla luce delle argomentazioni contenute in sentenza, possiamo operare un distinguo tra i diversi tipi di confisca ed i diversi tipi di sequestro.
La confisca c.d. obbligatoria, vale a dire la confisca di cose aventi natura intrinsecamente e oggettivamente pericolosa, prevista dall’art. 240/2°co c.p. o da leggi speciali che impongono la confisca di cose intrinsecamente pericolose, trova fondamento nella circostanza che il bene rappresenta un potenziale pericolo a prescindere dal soggetto (reo o terzo) nella cui disponibilità si trovi: pertanto la cosa stessa non può essere lasciata nella disponibilità di privati, ma deve necessariamente essere appresa dallo Stato che è, ontologicamente, in grado di neutralizzarne la carica criminosa.
La natura di pericolo, in re ipsa, della cosa determina sia l’obbligatorietà della confisca sia l’azzeramento della discrezionalità del giudice della cautela reale, e pertanto non si può consentire che il bene venga restituito alla curatela e venduto per la distribuzione del ricavato ai creditori.
In questa ipotesi, infatti, la funzione assolta dalla procedura concorsuale non è in grado di assorbire le finalità del sequestro, e l’esigenza di tutela collettiva non può che prevalere sulle esigenze dei terzi.
Quanto al sequestro, esso si distingue in conservativo, probatorio e preventivo .
Il sequestro conservativo ex art. 316 c.p.p., in quanto strumentale e prodromico a un’esecuzione individuale nei confronti del debitore, rientra, in caso di fallimento, nell’area di operatività dell’art. 51 l.fall., secondo cui dal giorno di dichiarazione del fallimento nessuna azione individuale esecutiva può essere iniziata o proseguita sui beni compresi nel fallimento e, quindi, il sequestro non può essere disposto e, ove esistente, in caso di fallimento, va revocato.
Il sequestro probatorio ex artt. 253 e ss c.p.p., siccome strumentale alle superiori esigenze processuali di ricerca della verità, va considerato preminente rispetto alla procedura concorsuale e alle sue esigenze.
Ovviamente, venute meno le esigenze squisitamente processuali, prevale il vincolo degli effetti del fallimento
Il sequestro preventivo.
Le Sez. Unite hanno distinto, inoltre, tra sequestro preventivo impeditivo (art. 321 1 °comma c.p.p.) e sequestro preventivo funzionale alla confisca (art. 321 2°comma c.p.p.,), e, all’interno del sequestro funzionale alla confisca, tra sequestro finalizzato alla confisca facoltativa o alla confisca obbligatoria.
Il sequestro preventivo impeditivo secondo la Suprema Corte, potrà dal Giudice penale essere disposto, mantenuto o revocato previa valutazione comparativa degli interessi sottesi al mantenimento della cautela e di quelli dei creditori tutelati propriamente in sede concorsuale.
Il sequestro finalizzato alla confisca facoltativa, è quello finalizzato alla confisca avente ad oggetto un bene non pericoloso intrinsecamente ma esclusivamente per il suo legame con il reo; tale funzione esclusivamente di spossessamento del bene, ben può essere conseguita anche mediante lo “spossessamento derivante dalla declaratoria fallimentare”, quindi il sequestro facoltativo finalizzato alla confisca facoltativa può essere, in caso di fallimento, revocato per restituire i beni al curatore affinché li distribuisca alla massa fallimentare.
Non vi è in questo caso alcun automatismo, ma compete all’autorità giudiziaria accertare caso per caso le concrete conseguenze della restituzione tenendo presenti le modalità di svolgimento della procedura fallimentare, la qualità dei creditori ammessi al passivo e l’ammontare del passivo stesso, eventualmente provvedendo alla restituzione con prescrizioni ai sensi dell’art. 85 disp. att. c.p.p.

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* Testo della Relazione tenuta dalla Dott.ssa Maria Luisa De Rosa al convegno RIPDICO del 15 Novembre 2013 in tema di GESTIONE DELLA CRISI DI IMPRESA  –  Elaborazioni della dottrina ed indirizzi giurisprudenziali.

novembre 25, 2013

La “lunga durata” delle procedure concorsuali: soluzioni normative e prassi.

di  Alessandro Ferretti

– Avvocato in Roma –

 (*) Le riforme intervenute negli ultimi anni contengono, tra gli altri, taluni principi normativi diretti a ridurre la durata delle procedure concorsuali.
Sul punto ricordo che il Decreto Sviluppo del 2012, ribadendo quanto già stabilito e contenuto nella Legge Pinto, fissa in sei anni la “ragionevolezza” delle durata delle procedure concorsuali, con ciò di fatto superando la stessa elaborazione giurisprudenziale che, medio tempore, proprio in merito alla durata dei fallimenti, aveva evidenziato dei distinguo tra le varie procedure in ragione delle dimensione dell’impresa decotta e del numero dei creditori della stessa.
Nel fallimento, le novità più significative intervenute in questi ultimi anni riguardano in modo particolare le procedure di vendita, con i novellati artt.105 e ss. che certamente rispondono in modo più appropriato alle finalità ispirate ad esigenze di economicità e snellimento della fase liquidatoria.
Particolare importanza, peraltro, come avrò modo di riprendere nel prosieguo, assume l’art. 104 ter 7° co. che, in tema di programma di liquidazione, prevede che il curatore, previa autorizzazione, possa non acquisire all’attivo ovvero abbandonare quei beni, la cui vendita non sia conveniente per la procedura, salvo il residuale diritto di ogni singolo creditore di agire su quei beni mediante esecuzione individuale.
Più incisivo certamente l’intervento del legislatore in tema di concordato preventivo.
Ricordo, al riguardo, la nuova lettera e) del comma 2 dell’art.161 l. fall., così come modificato dal “decreto sviluppo”, ove è previsto che con il ricorso il debitore debba presentare un piano contenente la descrizione analitica delle modalità e dei tempi di adempimento della proposta, nonché, l’art.181 l.f., che impone il termine di sei mesi dalla presentazione del ricorso per l’omologazione, termine suscettibile di una sola proroga non superiore a sessanta giorni; ancora, l’art. 186 l.fall., che, in tema di risoluzione del concordato, impone il termine di un anno, decorrente dall’ultimo adempimento contenuto nella proposta, per poter proporre il relativo ricorso; infine l’art.186 bis che, introducendo il nuovo istituto del concordato con continuità aziendale prevede che il piano possa contenere una moratoria non superiore di un anno dall’omologazione per il pagamento dei creditori muniti di privilegio (peraltro detto concordato appare molto simile alla vecchia amministrazione controllata: per inciso, sembra che il legislatore voglia un po’ tornare sui suoi passi nella gestione della crisi, recuperando un maggiore controllo da parte del giudice, inopinatamente relegato alla sola finalità di derimere le controversie endofallimentari).
In merito a detta moratoria di un anno, segnalo il contrasto interpretativo tra i tribunali sul disposto della lettera c, 3° comma del richiamato art.186 bis: infatti un recente decreto del Tribunale di Roma, Giudice Relatore Dott. Cottone, ha dichiarato l’inammissibilità della proposta di concordato in continuità, ove era previsto che i creditori privilegiati venissero soddisfatti entro il termine di 18 mesi decorrenti dalla scadenza annuale, mentre i giudici ambrosiani interpretano quella moratoria proprio nel senso di potere del Tribunale di assegnare all’imprenditore un termine iniziale scadente dall’anno dell’avvenuta omologazione per il pagamento dei creditori muniti di prelazione.
Ancorché per l’impresa che chieda di essere ammessa al beneficio del concordato con continuità aziendale possa risultare vitale l’applicazione estensiva del termine, non credo che la norma, già di per sé eccezionale, lasci spazio a dubbi interpretativi: il precetto appare lapidario quando testualmente recita: “…una moratoria fino a un anno”, prevedendo altresì l’unica eccezione nell’ipotesi di liquidazione di quei beni (evidentemente non strumentali all’esercizio dell’attività imprenditoriale) su cui sussiste la causa di prelazione.
Sulla tematica quivi affrontata è altresì doveroso richiamare la pronuncia delle SS.UU. n.1521 del 23/1/2013 (relatore Pres. Piccininni) che nel definire taluni contrasti sorti sia in dottrina che nella giurisprudenza, sia di legittimità che di merito, in tema di poteri-doveri di controllo di legittimità del giudice nel giudizio di fattibilità della proposta di concordato (distinguendo, peraltro, tra fattibilità giuridica, il cui accertamento viene riservato al tribunale, e fattibilità economica della proposta, sottoposta al voto dei creditori), pone in evidenza l’importanza dei tempi della procedura, sottolineando l’esigenza di realizzazione dei crediti vantati dal ceto creditorio in tempi “ragionevolmente contenuti”.
E nei tribunali si registrano da tempo pronunce di rigetto o inammissibilità di domande di concordato che prevedano tempi eccessivamente dilatati o in contrasto con il richiamato art.186 bis lett. c) circa i tempi di pagamento dei creditori, ovvero decreti di omologazione che, fermo restando l’obbligo di cui alla richiamata lettera e) comma 2 art.161, impongono tempi ben determinati e contenuti per la realizzazione dell’attivo nell’ipotesi di c.p. con cessione dei beni.
Passando all’amministrazione straordinaria, come noto, il D. Lgs. n.270/99 (c.d. legge Prodi bis) prevede all’art.27 che le concrete prospettive di recupero dell’equilibrio economico si realizzino o tramite il programma di cessione dei complessi aziendali sulla base di una prosecuzione dell’esercizio di impresa di durata non superiore ad un anno (termine prorogabile di tre mesi una sola volta, quando siano pendenti iniziative di imminente definizione – art.66 stessa legge), ovvero attraverso il programma di ristrutturazione, che deve portare al risanamento entro due anni.
Peraltro è da segnalare la prassi di richiesta e concessione di proroghe ai suddetti termini, evidentemente considerati di natura ordinatoria.
In ogni caso, i principi sin qui brevemente riassunti, denotano la volontà da parte del legislatore di conformarsi alle direttive europee: ma, gli interventi non sono certo sufficienti.
Non può essere sottaciuto che lo Stato Italiano è stato più volte condannato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per l’eccessiva durata dei processi e che sono sempre più frequenti i ricorsi alle competenti Corti di Appello per ottenere il risarcimento dei danni scaturenti dall’eccessivo procrastinarsi (oltre i sei anni) delle procedure concorsuali.
Eppure, ancora oggi, assistiamo a procedure che stancamente si tirano avanti per anni e anni, in alcuni casi addirittura per decenni.
Se da un lato una qualche colpevolezza deve certamente essere imputata all’inerzia degli operatori, dall’altro non può non rilevarsi che sussistono della carenze normative che “ingessano” le procedure e ne impediscono un celere svolgimento: si pensi, in generale, alla mancata, efficace, incisiva riforma del processo civile, da cui scaturisce l’oggettiva impossibilità per gli Organi della procedura di dare rapido corso alla stessa in pendenza delle varie azioni giudiziarie, sia esse di responsabilità verso gli organi societari o, più frequentemente, recuperatorie (con tale accezione comprendendo anche il sistema revocatorio) di beni e/o crediti acquisibili alla massa: come è stato efficacemente sottolineato in dottrina dal Prof. Grossi, il fallimento è un procedimento “contenitore”, racchiudendo in sé una molteplicità di altri giudizi.
Ma è necessario anche accertare, statisticamente, quanto queste azioni, sia pure condotte a termine con esiti positivi producano effetti sulla concreta soddisfazione del ceto creditorio, in particolare per quello chirografario.
Ricordo che l’esigenza di una maggiore speditezza della procedura concorsuale è risalente: autorevolissima dottrina di un tempo (mi riferisco a Bonsignori, Pajardi, Pazzaglia, Ragusa-Maggiore,) e, più di recente, Apice, Bongiorno, Norelli, Panzani, hanno più volte sottolineato il pregiudizio (ulteriore) per i creditori, che già subiscono la falcidia dei propri crediti a seguito della vicenda fallimentare, causa l’eccessivo perdurare delle procedure; e ricordo che la più recente normativa (da ultimo lo stesso decreto sviluppo del 2012 e la relativa relazione accompagnatoria), in tema di concordato con continuità aziendale, pone quale primaria finalità quella della tutela proprio del ceto creditorio, sottolineando che la salvaguardia dell’impresa deve costituire uno strumento a tal fine e non uno scopo a sé stante.
Non si può, anzi non si deve, dimenticare che la procedura concorsuale nasce ed esiste in quanto a monte vi è un conclamato stato di decozione o, quanto meno, di crisi; ciò sta a significare che quell’impresa non era e non può essere in grado di soddisfare più di tanto i propri creditori e non potranno certo farlo gli organi della sopravvenuta procedura concorsuale se non in forma limitata attraverso l’esercizio delle richiamate azioni conseguenti all’apertura della procedura stessa.
Ai fini dei richiamati dati statistici, fra i tanti casi cito la procedura Parmalat, certamente condotta con esemplare maestria: ebbene, il ceto creditorio chirografario è stato o verrà così soddisfatto (parlo delle 67 società che compongono il Gruppo Parmalat):
22,7% per il gruppo turismo (Parmatour)
5/6% Hit International
0% Parma Calcio
18% per i creditori delle 16 società di cui al concordato che ha visto quale assuntore la “Nuova” Parmalat S.p.A., attraverso l’emissione di titoli azionari.
E all’ineludibile dato dell’incapienza del patrimonio dell’impresa decotta si devono necessariamente aggiungere i costi di gestione della procedura, in particolare tutti quegli oneri prededuttivi scaturenti da azioni giudiziarie promosse forse con troppa facilità o da esercizi provvisori richiesti ed autorizzati sull’onda emotiva dell’importanza di un determinato “segno distintivo” di impresa, che, invero e purtroppo, tranne rarissimi casi, ha perso il suo valore.
E non si può rimanere indifferenti di fronte al potenziale danno scaturente dalla durata della procedura oltre il sesto anno: si pensi che per una procedura con mille creditori (e non sono ormai poi così poche) il quantum del solo pregiudizio che potrebbe prodursi dalla sola applicazione della Legge Pinto oscillerebbe da € 1.000.000 ad € 1.500.000 per ogni anno di ritardo; è come se il curatore, il commissario, il liquidatore avessero acquisito quell’attivo nei primi sei anni di procedura.
Eppure lo stato delle cose è questo, ma non lo si può poi subire passivamente.
Di quali strumenti dispone il curatore o comunque la procedura, quali accorgimenti si devono seguire, quale ulteriore passo è auspicabile de jure condendo?
Da quanto sin qui illustrato appare evidente che l’attenzione del legislatore si sia principalmente orientata sulle procedure c.d. “minori”, che, invero, stanno diventando la maggioranza, quanto meno nell’approccio da parte dell’imprenditore verso il Tribunale, attraverso la presentazione del concordato prenotativo di cui al 6° comma del novellato art.161; tale nuovo istituto, in base alle più recenti statistiche acquisibili presso i più importanti tribunali, si sta in realtà rivelando un escamotage da parte dell’imprenditore per ritardare i tempi della propria declaratoria fallimentare.
Se l’intento da parte del legislatore era quello di favorire l’accesso al beneficio concordatizio ed evitare il fallimento, si assiste ad una distorsione della volontà legislativa da parte delle imprese.
Senza celare la realtà, gli unici concordati che presentano possibilità di successo sono quelli liquidatori (ove l’imprenditore cede ai propri creditori l’intero patrimonio) o quelli para-liquidatori, identificabili in quei casi in cui intervenga a monte (cioè presente nel piano concordatario) un assuntore che abbia interesse ad acquisire quello che di buono è rimasto del complesso aziendale, così garantendo ab origine il pagamento dei creditori nelle percentuali contenute nel piano stesso (spetta poi agli organi della procedura verificare le concrete condizioni di fattibilità del piano stesso).
Tirando quindi le somme di questa mia relazione, penso che si debba e si possa ancora intervenire nella disciplina concorsuale.
Un primo intervento, potrebbe essere quello dell’estensione dell’art.104 ter 7° comma (rinuncia alla liquidazione o non acquisizione all’attivo dei beni, la cui liquidazione non sia conveniente) alle procedure fallimentari c.d. “vecchio rito” ed ai concordati preventivi con cessione dei beni: ciò consentirebbe la rapida chiusura di molte procedure ad oggi inutilmente incagliate: a titolo esemplificativo si consideri che ancora risultano pendenti molte procedure per non essere stati venduti beni immobili, sui quali grava una garanzia ipotecaria ed il cui ricavato servirà solo in parte al soddisfacimento del relativo credito privilegiato.
Un secondo intervento più incisivo potrebbe consistere nell’introduzione di una norma (rectius: di un complesso di norme) che preveda la chiusura della procedura allo scadere di un termine (i sei anni del Decreto Sviluppo 2012?) decorrenti dalla data di apertura, lasciando ai creditori insoddisfatti (sempre nel rispetto delle cause di prelazione per coloro che intervengono) la facoltà di coltivare, attraverso lo strumento della riassunzione dinanzi al giudice competente secondo le norme di rito, le azioni di cognizione o esecutive ancora pendenti: in tal modo la procedura concorsuale potrebbe fungere da “traghettatrice” a tutela proprio del ceto creditorio, usufruendo di strumenti di ricostruzione del patrimonio del fallito propri dell’esecuzione collettiva e di cui i singoli creditori non possono godere.
Non credo, in tal caso, che possa sostenersi che il problema venga solo spostato: la procedura concorsuale manterrebbe comunque il suo scopo legislativo che è quello di tutelare i creditori e la comunità attraverso la ricostruzione e la liquidazione dell’intero patrimonio dell’imprenditore e di eliminare dal mercato l’impresa non più meritevole di tutela.
Allo scadere del termine e quindi alla chiusura della procedura, l’impresa verrebbe definitivamente cancellata dal relativo registro.
Nell’ipotesi di inerzia dei creditori, al fine di non creare un ingiusto, potenziale vantaggio a favore del debitore insolvente, potrebbe riconoscersi allo Stato il diritto di acquisire i beni ancora da liquidare e subentrare nelle azioni già promosse, decorso un congruo termine, parimenti a quanto previsto per i cc.dd. conti correnti dormienti.
Questa previsione, che, oltre che certamente criticabile e perfettibile, può oggi apparire eccessivamente avveniristica o utopistica: ma è indispensabile sollecitare l’ulteriore intervento da parte del legislatore allo scopo di portare a compimento una riforma solo parzialmente realizzata, evitando così di esporre lo stato e gli operatori a pericolose ed onerose responsabilità sulla base di leggi che devono essere rispettate.
Inoltre l’auspicabile intervento normativo avrebbe come corollario quello di sensibilizzare gli operatori a dare rapido corso alla procedura (forse il compenso non viene liquidato principalmente sull’attivo realizzato?), evitando il dispendio di energie in iniziative inutili, di nessuna soddisfazione, in alcuni casi pretestuose.
Alessandro Ferretti

*Relazione al Convegno Ri.P.Di.Co. del giorno 15 novembre 2013.

ottobre 18, 2013

Convegno 15 novembre 2013 |Residenza di Ripetta – Via di Ripetta 231 – Roma | ore 10,45 – 18,45

Convegno Ri.P.Di.Co. del giorno 15 novembre 2013, che si terrà presso:
Residenza di Ripetta | Via di Ripetta 231 – Roma | ore 10,45 – 18,45.

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