Archive for ‘Editoria’

agosto 17, 2015

Premio letterario Ripdico 2015 – Scrittori della Giustizia | Fotografie.

E’ possibile scaricare gli scatti di Silvia Apice relativi al Premio Ripdico 2015 clickando sul seguente link:

www.silviaapice.it/ripdico_2015.zip

luglio 15, 2015

PREMIO LETTERARIO RI.P.DI.CO. – SCRITTORI DELLA GIUSTIZIA (9° edizione) | Opere vincitrici.

Nella serata conclusiva del PREMIO LETTERARIO RI.P.DI.CO. SCRITTORI DELLA GIUSTIZIA – 9° edizione, tenutasi a Roma il 14 LUGLIO 2015, presso il Circolo Canottieri ROMA, sono risultate opere vincitrici:

Per la NARRATIVA,

Giuseppe Marotta, “Sfrattati”  (Corbaccio Ed.)

Per la SAGGISTICA,

Paola Di Nicola, “La Giudice. Una donna in magistratura.” (Ghena Book Ed.)

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Il Premio Ri.P.Di.Co.  –  Scrittori della Giustizia, nel 2015,  è ormai giunto alla sua nona edizione e gode di ottima salute. Ancora una volta, la serata conclusiva, svoltasi il 14 luglio 2015 a Roma, nella splendida cornice del Circolo Canottieri ROMA,  ha offerto agli operatori del diritto e agli amanti della letteratura un’occasione per riflettere e confrontarsi sui temi della Giustizia da svariati punti di vista.

Un ringraziamento va a tutti i ripdichiani: i componenti della Giuria (UMBERTO APICE ADOLFO DI MAIO, MARCELLO FOSCHINI,  TOMMASO FROSINI, CESARE MILANESE, CLAUDIA VALERIO PAGAN, MIMMO LIGUORO,  ELIGIO RESTA, BRUNO CAPPONI, CHIARA LICO, MASSIMO FERRO, ALESSANDRO FERRETTI, ERMINIO CARMELO AMELIO), i componenti del Comitato promotore (Umberto Apice, Alessandro Ferretti, Flavio Musto), i componenti del Comitato organizzatore (Corrado De Martini, Alessandro Ferretti, Flavio Musto, Stefano Nicita), il lettore ufficiale della serata (Laura Vasselli), la fotografa (Silvia Apice), tutti i concorrenti (Ornella Aprile Matasconi, Giuseppe Marotta, Massimo Mannucci, Luciana Breggia, Paola Di Nicola, Guido Rispoli, Vito Mancuso) e gli sponsor (Giappichelli Ed., Unicredit Banca). Un ringraziamento speciale va tributato al Circolo Canottieri Roma e, in particolare, a Massimo Mannocchi che ne è Segretario Generale. 

Ancora una volta, l’ottima riuscita dell’evento è stata possibile grazie alla costante collaborazione di tutte le persone “coinvolte” dall’instancabile attività  del Pres. Umberto Apice il quale,  dividendosi tra gli impegni di Avvocato Generale di Cassazione, di direttore di Ri.P.Di.Co.  e (last but not least!) di scrittore, riesce sempre ad imprimere un sapiente indirizzo alla “nostra”  competizione letteraria.

Qui di seguito l’articolo di resoconto giornalistico  con fotografie di Christian Marchetti (Addetto Stampa Circolo Canottieri Roma), pubblicato sul sito del Circolo Canottieri ROMA:

RESOCONTO PREMIO LETTERARIO RIPDICO 9° EDIZIONE  |  14 luglio 2015

La giustizia. Le mille forme, le molteplici sfumature, le tante strade da percorrere per raggiungerla e conquistarla. La giustizia che finisce sui libri, seppure non seguendo i consueti binari che portano a riempire tonnellate di manuali e codici, bensì romanzi, saggi, persino opere per l’infanzia. Quel tipo di giustizia che viene celebrato annualmente dal premio letterario “Scrittori della Giustizia“, indetto da RI.P.DI.CO (“Rivista Parlata di Diritto Concorsuale”) e Centro Studi di Diritto Fallimentare e Societario. Premio che ieri sera, per il secondo anno consecutivo, ha vissuto il momento clou della proclamazione dei vincitori al Circolo Canottieri Roma, grazie anche all’interessamento e alla passione del Segretario generale, l’avvocato Massimo Mannocchi.

Un’intensa serata al termine della quale sono stati proclamati vincitori Giuseppe Marotta, autore di “Sfrattati” (Corbaccio), opera inserita nella sezione Narrativa, e Paola Di Nicola, con il suo “La giudice. Una donna in magistratura” (Ghena Book), per la Saggistica. Due testi coraggiosi riusciti a spuntarla “sul filo di lana”, per dirla con il presidente del premio Umberto Apice, sugli altri libri in concorso, sottolineando l’altissima qualità anche quest’anno registrata.

Non certo mera opera di fantasia quella di Giuseppe Marotta, ufficiale giudiziario che – citando la presentazione della casa editrice – “offre un racconto struggente e intensamente umano del nostro Paese oggi. Il racconto di una crisi che colpisce sempre più persone. Marotta ci mostra uno spaccato estremamente originale da una prospettiva sconosciuta e inaspettatamente compassionevole. E si mette in gioco in prima persona: lui figura odiata e temuta e, allo stesso tempo, garante di giustizia e artefice di mediazione”.

“Ci vuole tatto per entrare in casa di sconosciuti, da soli, senza scorte, e chieder conto di un debito, minacciare un pignoramento o uno sfratto. – scrive infatti Marotta – Ci vuole tatto e coraggio. Bisogna entrarci in punta di piedi nelle case altrui. Anche questo fa parte del mio mestiere”.

Paola Di Nicola affronta invece un tema magari sconosciuto al grande pubblico eppure sempre vivo nelle aule di tribunale. “Ritornare a riflettere sulla storia delle donne nella magistratura italiana attraverso una vita intrigante e vera – riporta la nota di presentazione de ‘La giudice’ – significa ritrovare il piacere di pensare senza preconcetti e senza tralasciare nulla. Secoli di pregiudizi hanno visto la donna lontana da certi luoghi e da certe funzioni e ora, passando attraverso i corridoi del carcere di Poggioreale, nulla sembra turbare quel ticchettio di un passo deciso, eppure dentro di sé mille domande si rincorrono, prima fra tutte: cosa penserà l’imputato trovandosi di fronte una donna magistrato? I pregiudizi sono duri da estirpare ma ora, attraverso la voce di Paola Di Nicola, scopriamo il piacere di un vissuto e di un mestiere che abbraccia le vite degli altri in un unico manto che ‘traveste e nasconde’: la toga”.

Altre opere in gara, per la narrativa, “Gli artigli dell’innocenza” di Ornella Aprile Matasconi (Acca ed.) e “Testa o croce” di Massimo Mannucci (Soc. ed. Fiorentina). Per la saggistica: “Il giudice alla rovescia” di Luciana Breggia (Einaudi) e “La bellezza, la legge e Dio” di Guido Rispoli e Vito Mancuso (Il Margine ed.).

Componevano la giuria, presieduta dal magistrato Umberto Apice; gli avvocati e professori universitari Adolfo Di Majo e Marcello Foschini; il costituzionalista e professore universitario Tommaso Frosini; lo scrittore Cesare Milanese; la saggista Claudia Valerio Pagan; i giornalisti televisivi e scrittori Mimmo Liguoro e Chiara Lico; il professore ordinario di Filosofia del Diritto Eligio Resta; l’avvocato, professore universitario e scrittore Bruno Capponi; i magistrati e scrittori Erminio Carmelo Amelio e Massimo Ferro; nonché gli avvocati Alessandro Ferretti (segreteria) e Stefano Nicita (organizzazione).

Dopo la presentazione dei sei libri finalisti e prima dell’intervista agli autori curate dallo stesso Umberto Apice, l’avvocato Laura Vasselli ha letto stralci delle opere, accompagnando idealmente il gremito salone di rappresentanza del Circolo all’interno delle pagine. Dunque le votazioni e, a mitigare la trepidante attesa degli autori finalisti, il ricco cocktail tenuto nell’area piscina.

A tarda sera, allora, la proclamazione, l’applauso e i saluti a vincitori e vinti. Scrittori, narratori, profondi conoscitori nonché amanti della giustizia. Quella giustizia che esce dalle aule di tribunale e prende forme sempre nuove sulla pagina.”

luglio 16, 2014

PREMIO LETTERARIO RI.P.DI.CO. – SCRITTORI DELLA GIUSTIZIA (8° edizione) | Opere vincitrici.

Nella serata conclusiva del PREMIO LETTERARIO RI.P.DI.CO. SCRITTORI DELLA GIUSTIZIA – 8° edizione, tenutasi a Roma il 15 LUGLIO 2014, presso il Circolo Canottieri ROMA, sono risultate opere vincitrici:

nella sezione NARRATIVA:
“Cercando Kafka” di Guido Marcelli (Novecento Editore)

nella sezione SAGGISTICA:
“L’onere della toga” di Lionello Mancini (BUR Rizzoli Editore)

aprile 3, 2014

Recensione | CERCANDO KAFKA

CERCANDO KAFKA

Recensione di Maddalena Capponi.

 

Guido Marcelli, magistrato con la passione per la scrittura, dopo numerosi racconti, debutta con il suo primo romanzo: Cercando Kafka, pubblicato nella collana VERSUS -giuristi raccontano- di Novecento Editore.

Grande stimatore dell’autore boemo, Marcelli, gli rende omaggio dando vita ad una narrazione che si intreccia puntualmente con le opere di questo scrittore.

In particolare il tributo è per Il Processo, testo letterario di grande spessore, una delle opere più misteriose di Kafka, al quale l’autore fa continuo riferimento, approfondendone i temi fondamentali per apportarne un contributo personale.

Ambientato nello scenario di una Praga tutta da svelare, il lettore si confronta da subito con improbabili circostanze e personaggi più o meno singolari; ma sembra essere la suggestione a giocare il ruolo principe in questo racconto, di cui è protagonista il signor K.

Giunto nella capitale Ceca con l’intento di immergersi nell’atmosfera che ispirò i grandi scrittori boemi-in una sorta di pellegrinaggio mistico-letterario- K. è da subito investito da accadimenti singolari,imprevedibili e anomali.

Le diverse contraddizioni presentate sono regolate ad arte per mettere in dubbio i punti di riferimento certi per il lettore e trascinarlo così in una condizione quasi onirica.

Il racconto si apre in un arrivo silenzioso, nella notte, alla fatiscente pensione “Al gatto verde” . Con i suoi perturbanti attori di riferimento, che la rendono quanto mai caratteristica, questa diventerà sede di un gioco di sospetti e desideri, incorniciando la permanenza di K. in una frustrante grettezza da cui ancora dovrà prendere le mosse.

Colmo di ore pesanti come pietre, che si rifiutano di precipitare nel gran buio del non vissuto,le giornate di K. si scandiscono al ritmo incessante di immaginazioni e solleciti costanti. Nel delirio di manie persecutorie al confine con incredibili coincidenze -o forse semplicemente realtà troppo influenzate da una passione letteraria smisurata- procedono in avanti un susseguirsi di eventi poco probabili, lasciandosi dietro l’interrogativo sul se qualcosa stia davvero accadendo o soltanto tutto resti la banale illusione di un visionario evanescente, che vive nella sua mente ciò che invece vorrebbe fosse nella sua vita.

Il signor K. è una figura difficile da tratteggiare, mentre si scorrono le pagine e si cerca di visualizzarla,tende a prendere sembianze diverse di capitolo in capitolo.

Talvolta smarrito, vive situazioni su cui non prende il sopravvento ma dalle quali si lascia come cullare,al limite tra l’indifferenza e la sofferenza, tra l’abbandono e in fondo la speranza per una mistica rivelazione. In questo atteggiamento mostra reazioni delle quali lui stesso si impressiona, si meraviglia,ma sulle quali, in definitiva, non si sofferma; progredendo quasi per inerzia, mentre continuamente altri lo interrompono e lo coinvolgono in discussioni, proposte e richieste di ogni specie.

In una incisiva indifferenza si osserva una vita che pare mediocre, così come a prima vista il signor Petecchia tenta di convincere -e dopo di lui quasi tutti, dal sudicio Herman al teppistello Svatek- ma che in fondo, poi, lo si rivela meno di quella di altri, che per quanto possano apparire poco spersi, sono solo automatizzati in un sistema che li rende vuoti. Senza dubbio sono molteplici le implicazioni psicologiche del romanzo e su queste si potrebbe ripensare a lungo.

Preponderante, poi, riecheggia il mito della legge, che fa da cornice, da sfondo e insieme da protagonista. C’è un continuo riferimento alle descrizioni di Kafka sulle misure elefantiache dell’apparato burocratico statale tra Autorità Giudiziarie Inferiori e Autorità Giudiziarie Superiori; Autorità Centrali,Autorità Inaccessibili e Autorità Infallibili. In questo rivivono i suoi personaggi letterari e le scenografie che puntualmente vengono descritte nel dettaglio, dalle claustrofobiche aule del tribunale alle cupe architetture verticali del Castello. Quanto mai icastica, la descrizione dell’arte figurativa giudiziaria che,nell’appassionare il protagonista, riesce a portare alla mente del lettore riflessioni incisive sulla questione della giustizia.

Nello scorrere dei capitoli, ognuno titolare di un’avventura ben precisa, il lettore è partecipe di una sorta di metamorfosi che però non pare voglia necessariamente evolvere ma a volte si ritrae in sé stessa. La percezione, per buona parte del racconto, è che si tratti di un viaggio che non riesce ad ingranare all’infuori dell’auto-suggestione del protagonista, nonostante non manchino input esterni che rimettono in discussione ogni questione. Eppure, ad un tratto, tutto sembra iniziare prendere una forma ed avere una sua logica, sebbene assurda o forse proprio un’assurdità compiuta poiché logica.

Ci sono laconiche conversazioni che cercano di dissipare taluni dubbi preponderanti, ed altre che danno il via a confidenze inaspettate; su tutti però impervia il sospetto e l’inaffidabilità delle maniere.

Per le vie della vecchia Praga, frastornato dalla leggenda di vie traverse e vie principali, il protagonista improvvisa i suoi percorsi, sulla scia di quegli stessi fatti, al limite dell’improbabile, che continuano ad accadere. E’ così che riesce a fare i suoi migliori incontri: dalla commessa Frida alla guida Petecchia,dal pittore Titorelli al sacerdote Padre Olmer, nessuna conoscenza si rivelerà superflua.

Le situazioni paradossali, talvolta angoscianti, appaiono accettate come status quo, implicando l’impossibilità di qualunque reazione tanto sul piano pratico che su quello psicologico. In questo il signor K. è maestro; inerme a tutto, senza mai scomporsi troppo o riflettere sul non senso dei fatti che lo investono. Continua preferire il procedere in avanti, mai stanco; si convince senza batter ciglio di ogni fatto per quanto surreale possa sembrare, quanto di ogni spiegazione per quanto semplicistica possa risultare. Spesso stordito neanche si lamenta, solo va avanti, come se tutto fosse logico che fosse assurdo per lui; e come se tutto quello che in definitiva bramasse fosse semplicemente esserne travolto.

Con uno stile narrativo leggero, l’autore sembra centrare in pieno i suoi propositi e far riecheggiare forte il mito Kafkiano. Il racconto, a suo modo, pone l’accento su scelte esistenziali, relazionali e sentimentali che rivelano tutta la loro complessità nel preludio della contraddittorietà -e talvolta anche impulsività- di certe azioni.

In un finale catartico che suggella la svolta di una presa di coscienza del sé che si butta dietro la mediocrità, K. si sente forte nella verità di un mistero scoperto; e l’autore rimette a posto ogni tassello infondendo la convinzione che in definitiva tutto sia accaduto e senza esitazione abbia fatto il suo corso.

 

luglio 11, 2013

Letteratura| Recensione: “Misericordiae (8.38)” di Massimo Ferro (Vincitore del Premio Letterario per la Narrativa RIPDICO – Scrittori della Giustizia 2013).

 Misericordiae   LA MISERICORDIA TRA GIURISDIZIONE E POESIA *

“Mai giudicare un libro dalla sua copertina” così recita un famoso detto; e sebbene non si possa assolutamente giudicare un libro dalla sua copertina, senza dubbio lo spunto di una riflessione può nascere dal suo titolo.

Come in questo caso, “Misericordiae” è il titolo scelto dall’ autore, Massimo Ferro, che si offre ad una “critica”, che intesa in senso kantiano, vale a dire approcciarsi giuridicamente all’ argomento.
Si narrano le vite di Otto Personaggi accumunati tutti dallo stesso ineluttabile destino che sa di fallimento e dalla stessa sorte che ostinata li perseguita. In questa corsa verso la disfatta e contro la vita, Massimo Ferro riveste il ruolo di un oratore “di un diverso tipo di orazione”; infatti Cicerone scrive che “c’è un diverso tipo di orazione che commuove le menti dei giudici e li porta ad amare o ad odiare, o ad essere ostili o a voler salvo l’ imputato, a temere o a sperare, a provare simpatia o a detestare, ad avere pietà o a punire”.
Allora – citando l’oratore per antonomasia (“misericordia est aegritudo ex miseria alterius iniuria laborantis”), la misericordia è una tristezza derivante dalla miseria di uno che soffre per il torto di un altro – possiamo certamente definire l’autore, un oratore, sia durante l’actio dell’orazione quando deve movere e trascinare emotivamente i giudici che, nel particolare, quando si accosta ai lettori del romanzo che sono commossi da misericordiam aliis.

Il perché gli Otto Personaggi suscitino pietà (la pietas nell’accezione virgiliana del rispetto altrui) è scritto nei loro otto tentativi di vivere delle vite che non sono mai state vissute, che piuttosto sono state tante volte sognate da coloro i quali hanno però preferito all’affascinante futuro il già andato passato; pertanto, evocano immagini infantili e giovanili, con la sensazione di essere coccolati e protetti dal “vissuto” insieme al terrore dell’imminente “diventare grandi” e alla mancanza di coraggio per esserlo davvero.

La memoria diventa necessaria perchè permette all’uomo di rifugiarsi nei ricordi, ignorando quel presente che è visto solamente come “un orizzonta chiuso”; quest’immagine dell’orizzonte chiuso ricorrente nella recensione del Prof. Giuseppe Galletta (nel corso dell’incontro di presentazione a Terni, alla libreria Alterocca, il 14 novembre 2012) racchiude, in tutta la sua potenza evocativa, un ossimoro: come può infatti un orizzonte essere chiuso? Come possono i nostri Otto Personaggi avere il coraggio di progettare il futuro se quando si volgono a guardarlo riescono a scorgere solo vicoli ciechi e nessuna via d’ uscita?

Il presente dei protagonista li porta a pensare a come poter agire, senza però mai agire.
I pensieri che li turbano sono intimamente letti dall’autore che li riporta in monologhi interiori e flussi di coscienza infiniti che oscillano labilmente tra ciò che è giusto e ciò che sarebbe giusto, tra “ciò che faccio” e “ciò che in realtà avrei voluto fare” .
L’attitudine all’indecisione riporta al dilemma amletico tra “l’ essere e il non essere”: i protagonisti di Ferro sono interiormente combattuti tra l’agire o il continuare a patire, tra la paura delle conseguenze dei loro atti e il coraggio che ci vorrebbe per compierli, ma che nel frattempo continuano a pensarci su.

Gli Otto Personaggi sono, a tutti gli effetti, degli “inetti” intrappolati nei loro struggenti soliloqui che sono e resteranno sempre “spettatori della loro vita”; così come ne “I sei personaggi in cerca d’autore”, Pirandello fa si che siano gli stessi protagonisti a chiedere affinché venga scritto per loro un copione che possa liberarli finalmente dalla loro Forma di personaggio di un’opera, ovvero dalla realtà che quotidianamente si ritrovano a recitare in ruoli già prestabiliti, e al contempo aspirano sempre più a vivere la loro Vita, lontani dalle convenzioni sociali che vengono viste come delle catene.

In questa perenne lotta tra Vita e Forma ne escono tutti perdenti: la consapevolezza del fallimento porta tutti loro a non avere speranza nel cambiamento e nel miglioramento, a chiudersi in se stessi, a fuggire, a suicidarsi in taluni casi, ed infine, a non affrontare mai la realtà. Ritorna il tema del presente, che noi chiamiamo il Reo Tempo (da Foscolo), che è sintomatico di quella visione che non concede la possibilità di riscatto alle vite dei Personaggi.

Pian piano, l’uomo prende consapevolezza dell’insuccesso della propria vita, nonché dell’accettazione tanto più veloce quanto più dolorosa della propria sconfitta.
Gli Otto Personaggi, tanto ermetici quanto autentici, fatti più di vizi che di virtù, diventano dunque la forza dell’ autore-oratore che, da buon avvocato, li difende come imputati e vittime delle proprie vite; in questo momento interviene l’autore-poeta, follemente innamorato dei suoi Personaggi erranti, che, muovendo le corde più intime del lettore, mettendo a nudo l’uomo che c’è nella finzione del romanzo, porta il lettore prima a commuoversi e poi a perdonare tutte le sue creature. Ci riesce utilizzando quelle “sottili frasi in corsivetto”, intima interpretazione e incisiva chiave di lettura, che centrano il cuore e le parti più intime di ognuno di noi, che “commoverunt nos misericordiam” .
E proprio quando il giurista sembra aver vinto perchè tutti i lettori hanno pianto, hanno avuto pietà ma soprattutto hanno perdonato ai personaggi le loro umane debolezze, il giurista viene battuto dall’autore, particolarmente realista; si deve riconoscere, giunti a questo punto, il merito dell’ artista: come ognuno di noi, il cieco non è poi così cieco, e l’inetto non è poi così senza buon senso, se, fino alla fine, mostra la personalità, pur fatta di difetti umani; proprio l’artista spoglia il personaggio, nella sua parte più intima, di quel peso impostogli dall’esterno che deve continuamente mostrare, e lo fa, sottoponendo tutto ciò al nostro giudizio e alla nostra misericordia.
Buona lettura.
Michele Monteleone – Magistrato

*Con la collaborazione di Simona Rita Monteleone – Liceo Classico “Socrate”, Bari

giugno 13, 2013

PREMIO RIPDICO 2013 SCRITTORI DELLA GIUSTIZIA | Civitavecchia – 6 luglio 2013 Ore 19

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novembre 28, 2012

Convegno RIPDICO | Roma – 14 dicembre 2012

luglio 2, 2012

Premio Letterario RIPDICO 2012 | Premiazione Porto di CIVITAVECCHIA 14 luglio 2012 – Ore 19

 

 

giugno 4, 2012

ISCRIZIONE CENTRO STUDI di Diritto Fallimentare e Societario

A partire dall’anno 2012 la partecipazione agli incontri di RIPDICO è gratuita.

E’ possibile, tuttavia, rendersi sostenitori delle attività della Rivista Parlata associandosi al Centro Studi di Diritto Fallimentare e Societario (associazione che finanzia le attività di Ripdico).

L’iscrizione all’associazione prevede il versamento di un contributo annuale pari a €100.

Per associarsi è necessario effettuare il bonifico di €100 attraverso il codice IBAN del Centro Studi (di seguito riportato) e inviare una email all’indirizzo ripdico@email.it che abbia nell’Oggetto la dicitura: ISCRIZIONE CENTRO STUDI di Diritto Fallimentare e Societario  – ANNO…(per es.2012) e nel Testo: Nome, Cognome, Codice Fiscale, Domicilio, Numero di Telefono, Email, Data del bonifico, Professione e/o Titolo accademico.

Codice IBAN del conto corrente del Centro Studi di Diritto Commerciale e Concorsuale:

IT 74 N 02008 05340 000400391081

   Cordiali saluti

Umberto Apice

marzo 13, 2012

CONVEGNO RIPDICO | ROMA 20 aprile 2012