Recensione | MISERICORDIAE (8.38)

MISERICORDIAE (8.38) 

Recensione di Maddalena Capponi

La collana Versus -giuristi raccontano- di Novecento Editore annovera tra i suoi romanzi Misericordiae (8.38) di Massimo Ferro, consigliere della Corte di cassazione e autore divari saggi giuridici. La collana, nata lo scorso anno da un’idea di Lillo Garlisi, coniuga diritto e letteratura per fonderli in fantasiosi romanzi caratterizzati da un retaggio giuridico che ne fa derivare una narrativa sui generis.
Nella narrazione si rinviene il luogo in cui la ricostruzione è capace di sedimentare altri significati possibili, ribellandosi alla tirannia degli eventi. Nella circostanza dei fatti, il diritto autoritativamente definisce i significati della vita delle persone mentre lanarrazione può raccontare un’altra storia, quella esclusa ma non eliminata. E’ allora la dicotomia che riesce a scorgersi nel gioco dell’antagonismo letteratura–diritto, che evidenzia la rivincita delle possibilità contro la contingenza di quella che è impostata come la realtà.
Vincitore del Premio Letterario per la Narrativa RIPDICO – Scrittori della Giustizia 2013-Misericordiae (8.38) è un romanzo che esprime forte la scabrosità della vita, con un titolo pregnante di significato che rimanda all’evenienza di un’indagine sul tempo di ognuno. La filosofia occidentale si è interrogata in diversi luoghi e da diverse prospettive sulla misericordia, anche se questo termine ha assunto uno specifico e precipuo valore nel linguaggio religioso. Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae afferma che“misericordia significa avere il cuore nella miseria altrui”. Di origine latina, infatti, è la derivazione di miserĭcors (misericordioso), composto da miserere (aver pietà) e cor(cuore).
Massimo Ferro, con il suo Misericordiae, evidenzia la discrasia tra la riuscita di vite socialmente insospettabili e l’incompiutezza frustrante delle loro esistenze interiori. E’un mettere a nudo le debolezze e le meschinità dei protagonisti; quattro uomini e quattro donne, che intrecciano le loro vite in un percorso escheriano articolato nella cornice di città opposte con Medantia a nord, Ruanzo a sud e il piccolo borgo di Vico Massaro a chiudere il cerchio.
Otto capitoli per otto personaggi: Frida, Gisella, Cecilia e Lubijana; Giorgio, Mario,Annibale e il misterioso F.. Percorsi e scelte che si osservano da fuori, mentre dentro si arrovellano nel compiacimento di una freddezza solitaria, nel vuoto di una imperfezione latente, nell’ansia di una ricerca inconcludente.
In un tempo senza tempo, queste esistenze sono raccontate attraverso flash e pensieri fugaci ma icastici. Le sensazioni dei personaggi sono quelle che realmente trainano la narrazione. Il piano del presente è confuso con quello del passato. Infiniti avverbi e aggettivi si susseguono in descrizioni che sembrano allungate mentre in un istante si dissolvono in un altro tempo, in un altro momento, in un altro avvenimento accaduto prima o dopo o forse solo pensato. Le voci dei protagonisti si confondono con quella dell’autore in soliloqui più o meno incisivi e ricordi che riaffiorano più o meno compiuti. I giudizi sono velati; la presentazione dei personaggi è indiretta e la loro caratterizzazione psicologica e sociale. La soluzioni stilistica messe in atto dall’autore,assieme ad una consapevolezza espressiva, permette il raggiungimento di uno stile non banale. Ciò che rende circolare il racconto, a suo modo, è l’intreccio di questi destini,inizialmente così lontani ma che poi, con la tecnica dei flashback, vengono sorprendentemente rimessi in relazione.
L’autore sembra dilettarsi con queste identità, ma il confine da varcare obbliga a qualche rinuncia: ciò che si richiede infatti, è l’appropriazione di quello che è l’enigma dell’identità, ovvero la presa di possesso di un mondo interiore. L’interiorità ha qualcosa di impenetrabile per lo stesso io che la racconta ed è confusa per gli stessi personaggi che, incapaci di dire davvero di loro stessi, ricostruiscono un’ esistenza solo attraverso pochi sguardi al passato: momenti che lasciano un segno nell’intensità della loro poco importanza. Ogni esercizio minuzioso della memoria non potrà mai comunque ricollegare interamente tutti i fili, scontrandosi sempre con un muro d’ombra e ricadendo nel gioco dell’invisibilità dentro il quale l’interiorità va a rifugiasi.
E’ sulla soglia di questo con-fine, che Ferro scaraventa il lettore da una parte all’altra provocando ciò che è inganno o pervicace nascondimento della realtà nellaoffuscamento delle proprie colpe. Vizi, debolezze e incapacità che segnano come cicatrici indelebili il tempo di un trascorso amaro, sembrano mostrare il fianco ad una sagace critica. Scelte o solo impossibilità invocano la misericordia, che non è pietà;eppure è l’attesa a prendere il sopravvento e procrastinare il momento del giudizio. Il lettore vorrebbe conoscere quell’elemento ulteriore per potersi pronunciare su queste vite; quell’elemento però che non sembra mai poter arrivare, generando così una inconscia rinuncia al giudizio per far posto a quella giustizia caritatevole che vede sovrana la misericordia.
Nelle immagini infantili, giovanili, o quantomeno lontane e innocenti, si scorge lo scudo di protezione di quelle vite che per certi versi temono il presente più del futuro. Resta comunque funesta l’immagine dell’avvenire, nell’abbandono alla presa di coscienza per l’impossibilità di liberarsi dalle limitazioni in cui sono intrappolati.
Personaggi autentici, per quanto capziosi, sanno tenere il lettore seduto insieme agli altri giurati popolari ad ascoltare l’arringa dell’avvocato difensore, che fa leva sulla imperfezione della natura umana per indurre all’immedesimazione.
E’ una finzione reale in una realtà finta, ma nel gioco degli ossimori si conclude ogni pensiero all’alba dello splendore della vita stessa che è quella di tutti e di nessuno ma valore assoluto…della misericordia!

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