Recensione | CHI NASCE QUADRO PUO’ MORIRE TONDO.

CHI NASCE QUADRO PUO’ MORIRE TONDO 

Recensione di Maddalena Capponi

Chi nasce quadro può morire tondo è uno dei tre romanzi con cui ha debuttato lo scorso ottobre la collana Versus -giuristi raccontano- edita da Novecento Editore. Unica nel panorama nazionale, la collana propone un’avventura letteraria nella quale si sprigiona la fantasia di esperti giuristi per dar vita ad una narrativa appassionata e peculiare: sono storie di pura fantasia, intrise però da quel mondo del diritto che si porta dietro argomentazioni, immagini e linguaggi tutti suoi.

Bruno Capponi, ex magistrato e attualmente ordinario di Diritto processuale civile presso la Facoltà di Giurisprudenza della LUISS Guido Carli, da vita ad un romanzo coinvolgente e misterioso che appassiona nel fitto di un giallo che si eleva a sè stesso in un duplice delitto inaspettato e prima facie poco afferrabile.

Già dalle prime pagine il lettore è immerso bruscamente in un mistero sconosciuto, mentre è accompagnato dolcemente in una Roma conosciuta di un passato vicino. In un climax ascendente di colpi di scena, l’autore sa come creare quella curiosità che latentemente si impregna in ogni pagina, lasciandosi divorare parola dopo parola.

E’ una storia di delitti ma anche di amori, di ipocrisia ma anche di sentimenti, di vita ma anche di morte; è una storia, senza dubbio, di paradossi. C’è il notaio Avv. Ferdinando Petti Muflone, con studio notarile rigorosamente in via delle Quattro Fontane angolo via XX Settembre: noto come “il cinghiale del Quirinale”, il notaio dei nobili; ma c’è anche Loredana Salvatori der fu Giuseppone detto er Cicala: per i suoi tanto frementi ammiratori ‘a Tigre der Bengala. C’è Eva Finzi Catalanotti, antiquaria marguttara, con la sorella Ada vedova del conte Romeo Maria Blasotti, scomparso in un tentativo di traversata della Manica a libero volo d’uccello, senza propulsore e sopratutto senza paracadute; ma c’è anche er Puma, avvenente quanto criptico sommelier a tempo perso, con un passato alquanto inaspettato.

C’è poi donna Concetta Lancellotti, matura vedova Antinori; il mercante di informazioni Giorgio Serravalle; l’ingegnere Tomassini; ma sopratutto c’è lui: l’avvocato cassazionista Ernesto Mignoni Arduini, iscritto all’Ordine di Roma. Uomo monotono, stereotipo di una certa routine, passa le sue giornate nell’elegante studio di Viale delle Milizie dove, infaticabile, è sempre presente la sua anziana segretaria Olga, signorina, come a lei piace essere chiamata. In tanti anni ha appreso un fertile repertorio di formule avvocatesche che ripete in modo istintivo con risultati infallibili non mancando però di chiedere lumi al suo principale nei rari casi in cui le sorgono dei (legittimi) dubbi: <<Avvocà, jòo potemio dì, in chiusura: “lieto dell’incontro professionale, porgo distinti saluti”, quanno prima javèmio detto: “in mancanza di risposta entro giorni sette dal ricevimento della presente, adiremo le vie legali senza ulteriore avviso”? Nun zembrerà, me scusi avvocà, ‘n po’ ‘na presa pe’r culo?>>.

<<Avvocà, ma si “la presente è da considerarsi riservata e priva di valore di proposta contrattuale per la parte da me rappresentata”, allora che jaavèmio scritta a ffa?>>.

Dall’attico con terrazzo su ai Monti Parioli, alla stazione ferroviaria giù a Trastevere; dalla villa De la Fontaine Ortucci sull’Aventino, al sottosuolo della discarica sotto lo storico Monte dei Cocci. È il continuo contrasto tra l’altisonante “Roma bene” e quella “di borgata”, che però talvolta riesce a far impallidire la prima al richiamo di una espressività colorita e carismatica che cela la forza della vita passionale; quella vita dominata da emozioni e istinti allo stato naturale, senza il filtro di costrutti sociali e culturali che ne ridimensionino la portata. Nel grigiore di quel ceto medio fatto di vizi e di virtù, ma sopratutto di contraddizioni, è l’avvocato Arduini ad essere al centro della scena, e a mettere a fuoco l’obiettivo sull’esistenza.

Il personaggio che lega tutti gli avvenimenti, sullo sfondo sempre presente -forse perché è la più “assente” in fondo- è quello della pluriblasonata contessa marchesa Camilla de La Fontaine Ortucci.

Soggetto interessante che racchiude più di tutti quel contrasto tra il nobile e la forma, il tutto e il niente di una vita svuotata e una nobiltà decaduta. Come il filo invisibile di una tela tessuta con incessante pazienza, si lega ad un altro destino nella consapevolezza di non avervi nulla da spartire, ma con l’audacia di bramare una sorte insignificante tanto più di quella faticosamente costruitasi con le sue mani, nel retorico quesito di chi sia veramente a vivere una “vita bene”! E poi c’è Roma, sullo sfondo che fa da cornice, ma che è anche protagonista, di fatti, di vite, di sogni, di speranza, di ricchezza e povertà che si intrecciano e si alternano proprio come i suoi quartieri; nel continuo variare di antico e moderno, orgoglio e vergogna, storia e quotidianità.

L’autore ci riporta continuamente fra le sue strade, ci fa vivere il suo fascino attraverso il richiamo di certi particolari, attraverso indirizzi precisi menzionati nel dettaglio, richiamando i nomi di quelle vie del centro storico che ognuna racconta una storia, da sé, nel solo nominarla.

Il tempo è diradato, sono pochissimi giorni e di quei giorni solo poche ore ma nel contempo è una vita e, anzi, tante vite che si scoprono, si ritrovano, si amano e si perdono. Solo pochi momenti che nel realizzarsi raccontano e portano alla mente del lettore -come se già fosse, come se già lo conoscesse- una serie di fatti storie e avventure del passato che riescono a far da collante al senso degli assurdi avvenimenti che si consumano in quelle poche giornate. Giornate spezzate dalla routine e vissute nell’angoscia di eventi tragici ma, al contempo, carichi di una vitalità fremente che permette nella sua unicità di stravolgere i piani di una esistenza in fondo scontata.

“Chi nasce quadro può morire tondo”, è un romanzo ricco, coinvolgente, in grado di divertire mentre cerca di far riflettere. Il titolo riporta alla mente un famoso brocardo frutto della saggezza popolare, sebbene nell’inversione del suo ammaestramento. Non mancano pagine dedicate alla questione, fitte di affascinanti teorie sul punto, esposte da emeriti accademici che si interrogano sul quadro e sul tondo e su tutto ciò che ne può derivare.

Buttate qua e là tra le righe, poi, taglienti battutine sembrano voler rassegnare sottili lamentele su coloro che rappresentano la giustizia. Coloro i quali vorrebbero ostentare prima di tutto morale e prestigio mentre spesso si smentiscono sotto i colpi di una dura e cruda realtà; a farne da megafono talvolta è proprio la signorina Olga, nella sua semplicità che cela però anche erudizione. Olga è un personaggio cardine nel suo essere secondario, stupisce per come riesce a districarsi ammirabilmente in formule giuridiche e risoluzioni di questioni legali. Incorniciata poi, in quella romanità de Roma che la contraddistingue, è quel tanto ironica da far bramare il lettore di incontrarla il più possibile nel susseguirsi degli eventi.

<<Avvocà, me scusi tanto si mme permetto, ma jòo dicevo che qua cce serve n’avvocato bbono: pur’io me so spaccata a’capoccia, me so spremuta ‘a bricòccola tutt’er ucchènd, e poi ho capito che a’prescrizione se po’ sempre eccepì, perchè er giudice te po’ dichiarà ‘a prescrizione pure d’en diritto che n’è mmai esistito. Sembra ‘na stronzata, avvocà, ‘nciòo so, ma è propio così: ho trovato ‘na sentenza daa Cassazzione che parla de “inversione dell’ordine logico delle questioni”: cioè, pe’ dilla come va detta, è ‘na cosa che nun cià nessuna loggica, ma ‘ntanto ce conviene da eccepì ‘a prescrizione perchè ‘a signora cappellona è venuta da noi più di cinque anni fa, e si ciaveva da lamentasse ‘o doveva fa subbito, entro er quinto anno: me dispiace tanto, cappellona culona mia…doppo, saa aripija ‘nder zecchio, è regolare, no?>>.

La trama si infittisce, si ingarbuglia e cresce latente nel lettore la curiosità per l’epilogo che dissolva ogni nodo e sveli l’arcano del fitto mistero! Gioca un ruolo importante anche l’amore, fondamentalmente disillusione di un sentimento che puro e idilliaco come tutti lo raccontano, non esiste o, quanto meno, non è possibile. Eppure, è proprio quello stesso -l’amore- ad oliare gli ingranaggi della vicenda, a rendersi strumento necessario affinché tutto possa girare e perciò, in definitiva, capace di animare gli stessi protagonisti in una sorta di paradosso; forse quello che più di tutti l’autore mette in mostra.

In uno stile vivo, Capponi fonda la propria competenza di giurista con una spiccata vena creativa: arricchito da paradossi, personaggi più o meno singolari, delitti particolari e una scelta terminologica ricca e variegata.

Sa coniugare parole latine e dialetti creando un idioma sui generis che rende il racconto a tratti umoristico, regalando così al lettore divertimento, insieme ad intrighi e passioni.

 

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