Recensione | CERCANDO KAFKA

CERCANDO KAFKA

Recensione di Maddalena Capponi.

 

Guido Marcelli, magistrato con la passione per la scrittura, dopo numerosi racconti, debutta con il suo primo romanzo: Cercando Kafka, pubblicato nella collana VERSUS -giuristi raccontano- di Novecento Editore.

Grande stimatore dell’autore boemo, Marcelli, gli rende omaggio dando vita ad una narrazione che si intreccia puntualmente con le opere di questo scrittore.

In particolare il tributo è per Il Processo, testo letterario di grande spessore, una delle opere più misteriose di Kafka, al quale l’autore fa continuo riferimento, approfondendone i temi fondamentali per apportarne un contributo personale.

Ambientato nello scenario di una Praga tutta da svelare, il lettore si confronta da subito con improbabili circostanze e personaggi più o meno singolari; ma sembra essere la suggestione a giocare il ruolo principe in questo racconto, di cui è protagonista il signor K.

Giunto nella capitale Ceca con l’intento di immergersi nell’atmosfera che ispirò i grandi scrittori boemi-in una sorta di pellegrinaggio mistico-letterario- K. è da subito investito da accadimenti singolari,imprevedibili e anomali.

Le diverse contraddizioni presentate sono regolate ad arte per mettere in dubbio i punti di riferimento certi per il lettore e trascinarlo così in una condizione quasi onirica.

Il racconto si apre in un arrivo silenzioso, nella notte, alla fatiscente pensione “Al gatto verde” . Con i suoi perturbanti attori di riferimento, che la rendono quanto mai caratteristica, questa diventerà sede di un gioco di sospetti e desideri, incorniciando la permanenza di K. in una frustrante grettezza da cui ancora dovrà prendere le mosse.

Colmo di ore pesanti come pietre, che si rifiutano di precipitare nel gran buio del non vissuto,le giornate di K. si scandiscono al ritmo incessante di immaginazioni e solleciti costanti. Nel delirio di manie persecutorie al confine con incredibili coincidenze -o forse semplicemente realtà troppo influenzate da una passione letteraria smisurata- procedono in avanti un susseguirsi di eventi poco probabili, lasciandosi dietro l’interrogativo sul se qualcosa stia davvero accadendo o soltanto tutto resti la banale illusione di un visionario evanescente, che vive nella sua mente ciò che invece vorrebbe fosse nella sua vita.

Il signor K. è una figura difficile da tratteggiare, mentre si scorrono le pagine e si cerca di visualizzarla,tende a prendere sembianze diverse di capitolo in capitolo.

Talvolta smarrito, vive situazioni su cui non prende il sopravvento ma dalle quali si lascia come cullare,al limite tra l’indifferenza e la sofferenza, tra l’abbandono e in fondo la speranza per una mistica rivelazione. In questo atteggiamento mostra reazioni delle quali lui stesso si impressiona, si meraviglia,ma sulle quali, in definitiva, non si sofferma; progredendo quasi per inerzia, mentre continuamente altri lo interrompono e lo coinvolgono in discussioni, proposte e richieste di ogni specie.

In una incisiva indifferenza si osserva una vita che pare mediocre, così come a prima vista il signor Petecchia tenta di convincere -e dopo di lui quasi tutti, dal sudicio Herman al teppistello Svatek- ma che in fondo, poi, lo si rivela meno di quella di altri, che per quanto possano apparire poco spersi, sono solo automatizzati in un sistema che li rende vuoti. Senza dubbio sono molteplici le implicazioni psicologiche del romanzo e su queste si potrebbe ripensare a lungo.

Preponderante, poi, riecheggia il mito della legge, che fa da cornice, da sfondo e insieme da protagonista. C’è un continuo riferimento alle descrizioni di Kafka sulle misure elefantiache dell’apparato burocratico statale tra Autorità Giudiziarie Inferiori e Autorità Giudiziarie Superiori; Autorità Centrali,Autorità Inaccessibili e Autorità Infallibili. In questo rivivono i suoi personaggi letterari e le scenografie che puntualmente vengono descritte nel dettaglio, dalle claustrofobiche aule del tribunale alle cupe architetture verticali del Castello. Quanto mai icastica, la descrizione dell’arte figurativa giudiziaria che,nell’appassionare il protagonista, riesce a portare alla mente del lettore riflessioni incisive sulla questione della giustizia.

Nello scorrere dei capitoli, ognuno titolare di un’avventura ben precisa, il lettore è partecipe di una sorta di metamorfosi che però non pare voglia necessariamente evolvere ma a volte si ritrae in sé stessa. La percezione, per buona parte del racconto, è che si tratti di un viaggio che non riesce ad ingranare all’infuori dell’auto-suggestione del protagonista, nonostante non manchino input esterni che rimettono in discussione ogni questione. Eppure, ad un tratto, tutto sembra iniziare prendere una forma ed avere una sua logica, sebbene assurda o forse proprio un’assurdità compiuta poiché logica.

Ci sono laconiche conversazioni che cercano di dissipare taluni dubbi preponderanti, ed altre che danno il via a confidenze inaspettate; su tutti però impervia il sospetto e l’inaffidabilità delle maniere.

Per le vie della vecchia Praga, frastornato dalla leggenda di vie traverse e vie principali, il protagonista improvvisa i suoi percorsi, sulla scia di quegli stessi fatti, al limite dell’improbabile, che continuano ad accadere. E’ così che riesce a fare i suoi migliori incontri: dalla commessa Frida alla guida Petecchia,dal pittore Titorelli al sacerdote Padre Olmer, nessuna conoscenza si rivelerà superflua.

Le situazioni paradossali, talvolta angoscianti, appaiono accettate come status quo, implicando l’impossibilità di qualunque reazione tanto sul piano pratico che su quello psicologico. In questo il signor K. è maestro; inerme a tutto, senza mai scomporsi troppo o riflettere sul non senso dei fatti che lo investono. Continua preferire il procedere in avanti, mai stanco; si convince senza batter ciglio di ogni fatto per quanto surreale possa sembrare, quanto di ogni spiegazione per quanto semplicistica possa risultare. Spesso stordito neanche si lamenta, solo va avanti, come se tutto fosse logico che fosse assurdo per lui; e come se tutto quello che in definitiva bramasse fosse semplicemente esserne travolto.

Con uno stile narrativo leggero, l’autore sembra centrare in pieno i suoi propositi e far riecheggiare forte il mito Kafkiano. Il racconto, a suo modo, pone l’accento su scelte esistenziali, relazionali e sentimentali che rivelano tutta la loro complessità nel preludio della contraddittorietà -e talvolta anche impulsività- di certe azioni.

In un finale catartico che suggella la svolta di una presa di coscienza del sé che si butta dietro la mediocrità, K. si sente forte nella verità di un mistero scoperto; e l’autore rimette a posto ogni tassello infondendo la convinzione che in definitiva tutto sia accaduto e senza esitazione abbia fatto il suo corso.

 

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