Editoriale Ri.P.Di.Co. | 14 marzo 2011

  Rea e “La fabbrica dell’obbedienza. Il lato oscuro e complice degli Italiani ”.

In questi giorni un editoriale in una Rivista per giuristi non dovrebbe ignorare quello che sta accadendo sul piano delle riforme che riguardano la giustizia. Poiché non voglio attizzare polemiche, mi limito a parafrasare uno di quegli aforismi che resero celebre Ennio Flaiano: “ questa Italia- ma forse oggi Flaiano direbbe “ questo governo” – sembra mossa da un bisogno sfrenato di ingiustizia ”. Ma preferiamo parlare d’altro, che – a pensarci bene – altro non è.

  Che opinione si ha degli Italiani nel mondo?  Alcuni anni fa un’attrice svedese, che per mille sue ragioni con gli Italiani era piuttosto incavolata, disse in un’intervista che gli Italiani sono un disastro; sono sempre privi di elementi di giudizio. E li paragonò alle giraffe. Si può chiedere a una giraffa cosa pensa del Vietnam? Però sono allegri e cantano: ingenuità, schiettezza e simpatia.  La stessa opinione l’avevano i famosi viaggiatori del Settecento – Ottocento, come Stendhal, che pure amava l’Italia. E, venendo ai giorni nostri, il filosofo Emanuele Trevi, sulla stessa scia di Stendhal, scrive che l’italiano “ è stato sempre oppresso da preti e poliziotti, privato di ogni forma di libertà politica e intellettuale, quasi imprigionato in una specie di perpetua infanzia psicologica ”. Ed è proprio di questi giorni l’indignato sfogo di uno scrittore misurato e appartato, Ermanno Rea, che scrive: “ Siamo pur sempre il paese che, attraverso Machiavelli, ha mostrato al mondo il “ volto demoniaco del potere ”; che ha inventato il fascismo e che continua imperterrito a premiare elettoralmente, con un entusiasmo a dir poco raccapricciante, gli artefici di un regime così corrotto e maleodorante che non si sa più con quale aggettivo bollarlo ”.

   Ovviamente sono giudizi che vanno presi con le molle, anche se, guardando il presente, viene da pensare che Ingrid Thulin, Stendhal, Trevi  e Ermanno Rea abbiano ragione. Per consolarci dobbiamo pensare al passato, a quei campioni del pensiero libertario che furono Giordano Bruno e Tommaso Campanella. Pensiamo a quanto fu eroico il “ no ” di Giordano Bruno: si legge nel Giornale dell’Arciconfraternita di San Giovanni Decollato: “ E tanto perseverò nella sua ostinazione, che da’ ministri di giustizia fu condotto in Campo dei Fiori e li confortatori sino a l’ultimo punto confortandolo a lasciar la sua ostinazione, con la quale finalmente finì la sua misera et infelice vita. ”

   Allora, non è vero che gli Italiani sono tutti giraffe, che pensano solo a cantare e a raccontare barzellette. Al contrario: abbiamo fulgidi esempi di serietà e di coerenza morale. E non dobbiamo dimenticare che l’Italia è il paese del Rinascimento. Ma è vero anche che è il paese della Controriforma e dell’Inquisizione. E allora neppure dobbiamo sottovalutare che il sopruso e la ribalderia, specialmente quando sono mascherati da apparente bonarietà, si trasformano in istituzione e quindi in costume diffuso. Avete mai immaginato qualcuno che va a confessare di non pagare le tasse? Il confessore si farebbe una risata. O riusciamo a immaginare che un banchiere truffatore, un bancarottiere, un ricattatore di professione, venga scomunicato o additato al biasimo pubblico? Di fronte al ricco che ruba, evade, corrompe, specula, mette sul lastrico la povera gente, l’italiano medio ride, dà gomitate all’altro italiano medio, si diverte a guardare le vignette satiriche che fanno i comici di turno.

   Queste riflessioni mi sono state ispirate dall’ultimo libro di Ermanno Rea, che speriamo serva a svegliare qualche coscienza, a sollevare una sana indignazione ( ma il guaio è che coloro che  leggono libri sono già svegli e già abbastanza indignati, peccato che siano così pochi ). E trovo bellissimi, oltre ai contenuti, il titolo e il sottotitolo del libro di Rea: “ La fabbrica dell’obbedienza. Il lato oscuro e complice degli Italiani ”.

Umberto Apice

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